La situazione nel Golfo resta fluida, i bilanci sono impossibili finché non viene firmato un accordo tra Stati Uniti e Iran. Poi, una volta conosciuti i dettagli, il pezzo di carta firmato dalle parti non basterà: bisognerà vedere quanto sarà rispettato e applicato. In attesa che giunga quel giorno, un bilancio ipotetico della guerra finora guardava a due indicatori chiave: Hormuz e nucleare. Senza una riapertura totale e incondizionata dello Stretto (senza pedaggi), senza una rinuncia all’arricchimento dell’uranio, non si potrà parlare di una vittoria americana. Ora tre esperti americani intervengono con una condizione aggiuntiva, «ripescando» in extremis la questione del cambio di regime. Finché questa Repubblica islamica sopravvive, sia pure decapitata di un’intera generazione di leader, il problema Iran resterà e il Golfo non potrà dirsi pacificato.Secondo Eric Edelman, Reuel Marc Gerecht e Ray Takeyh — tre autorevoli esponenti dell'establishment strategico americano, rispettivamente ex sottosegretario alla Difesa, ex responsabile CIA per il dossier Iran e senior fellow del Council on Foreign Relations — gli Stati Uniti rischiano di trovarsi davanti a una conclusione paradossale della guerra con l'Iran: aver inflitto danni enormi alla Repubblica islamica… ma non abbastanza.Gli autori partono da una constatazione: negli ultimi vent'anni la politica americana verso l'Iran è oscillata fra due illusioni opposte. La prima è stata quella dell'amministrazione Obama, convinta che un accordo nucleare accompagnato dalla revoca delle sanzioni avrebbe incentivato Teheran a comportarsi come una potenza responsabile. La seconda è stata la convinzione, diffusa in parte della destra americana, che una forte pressione economica e militare potesse rapidamente piegare il regime.Secondo Edelman, Gerecht e Takeyh entrambe le strategie hanno fallito. L'accordo nucleare del 2015 non ha moderato la Repubblica islamica. Al contrario, le nuove risorse finanziarie fornite da Obama hanno consentito a Teheran di rafforzare i propri alleati regionali e la propria rete di milizie jihadiste (Hamas Hezbollah Houthi) con le conseguenze che sappiamo in Israele e in Libano. Anche per la ricchezza degli arsenali missilistici e di droni la teocrazia degli ayatollah può «ringraziare» Obama. Allo stesso tempo, neppure la pressione militare più recente ha prodotto il risultato sperato di destabilizzare il sistema di potere iraniano.APPROFONDISCI CON IL PODCASTGli autori osservano che l'attuale accordo negoziato da Donald Trump, volto a ridurre la militarizzazione dello stretto di Hormuz e a contenere l'escalation, nasce da una situazione di sostanziale stallo. L'Iran ha subito colpi pesanti, ma è riuscito a dimostrare che può ancora minacciare un punto nevralgico dell'economia mondiale.Questa consapevolezza ha prodotto un cambiamento all'interno del regime. Per decenni il programma nucleare è stato il pilastro della strategia iraniana. Oggi, sostengono gli autori, una parte crescente dell'élite rivoluzionaria considera Hormuz uno strumento ancora più efficace. Le infrastrutture nucleari possono essere bombardate. Le centrifughe possono essere distrutte. Lo stretto invece resta dov'è sempre stato: sotto gli occhi dell'Iran.Non a caso alcuni dirigenti vicini ai Guardiani della Rivoluzione hanno iniziato a descrivere Hormuz come una sorta di equivalente funzionale della bomba atomica. Se Teheran riesce a minacciare o limitare il traffico commerciale in quella regione, può provocare conseguenze economiche globali immediate senza possedere armi nucleari.Da questo punto di vista la guerra avrebbe generato una conseguenza inattesa. I bombardamenti israeliani e americani hanno insegnato al regime che la sua arma più preziosa non si trova nei laboratori nucleari ma nella geografia.Gli autori ritengono inoltre che la leadership iraniana sia oggi diversa da quella che governava prima della guerra. Le perdite subite, gli assassinii mirati e le operazioni israeliane hanno accelerato una redistribuzione del potere all'interno del sistema. Figure più legate ai Guardiani della Rivoluzione avrebbero acquisito un peso crescente. Si tratta di dirigenti meno inclini alla prudenza e più favorevoli a una strategia offensiva.In alcuni ambienti vicini al regime si parla apertamente di una nuova dottrina della deterrenza. Se in passato l'obiettivo era evitare uno scontro diretto mantenendo le tensioni sotto una certa soglia, oggi la nuova generazione di dirigenti sembra convinta che l'Iran debba espandere il campo della crisi e sfruttare la propria posizione geografica per esercitare pressione sugli avversari. Anche se verrà raggiunto un accordo che consenta la ripresa del traffico commerciale, la libertà di navigazione nel Golfo Persico non sarebbe più garantita come in passato. Ogni compagnia marittima, ogni assicuratore e ogni investitore saprebbero che Teheran possiede la capacità di interrompere o ostacolare quel traffico in qualsiasi momento.Washington potrebbe mantenere aperto Hormuz solo attraverso una presenza militare permanente e massiccia. Sarebbe necessario garantire nel tempo la sicurezza delle rotte commerciali, proteggere i convogli, sminare le acque, sorvegliare continuamente l'area e dissuadere nuove iniziative iraniane. Una missione che richiederebbe portaerei, sottomarini, cacciatorpediniere, aerei da ricognizione, droni, velivoli radar, forze anfibie e una rete di basi militari distribuite in tutto il Golfo. In sostanza, ciò che l'America ha cercato di evitare negli ultimi quindici anni: una presenza militare permanente e costosa in Medio Oriente.Questo entra in collisione con una delle priorità strategiche sia dei democratici sia dei repubblicani: concentrare risorse e attenzione sulla competizione con la Cina. Da Barack Obama fino a Donald Trump, passando per Joe Biden, la strategia americana è stata quella di ridurre gradualmente il peso del Medio Oriente per dedicare maggiori energie all'Indo-Pacifico. Una crisi permanente nello stretto di Hormuz renderebbe molto più difficile questo spostamento.Secondo Edelman, Gerecht e Takeyh, la guerra ha inoltre dimostrato i limiti degli alleati regionali degli Stati Uniti. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno investito enormemente nelle proprie forze armate, ma la deterrenza verso l’Iran continua a dipendere in larga misura dalla presenza americana. Solo Washington possiede la combinazione di intelligence, sorveglianza, comando operativo e potenza di fuoco necessaria per contenere efficacemente la Repubblica islamica.La sfida non riguarda soltanto il piano militare. Anche dopo i bombardamenti, gli Stati Uniti dovranno continuare a monitorare il programma nucleare iraniano, le fabbriche di missili, la produzione di droni, le attività dei Guardiani della Rivoluzione e gli eventuali aiuti provenienti da Russia e Cina.Di fronte a questo scenario, gli autori arrivano alla conclusione più controversa. A loro giudizio nessuna strategia di contenimento può risolvere definitivamente il problema iraniano. Né i negoziati, né le sanzioni, né i bombardamenti possono eliminare alla radice la minaccia rappresentata dalla Repubblica islamica. L'unica soluzione definitiva sarebbe un cambiamento di regime. Edelman, Gerecht e Takeyh non immaginano però una rivoluzione imposta dall'esterno. Al contrario, insistono sul fatto che solo gli iraniani possono rovesciare il sistema creato da Khomeini nel 1979. Gli Stati Uniti e Israele possono indebolire il regime, raccogliere intelligence, sostenere forme di opposizione, creare opportunità. Ma la trasformazione politica dovrà nascere dall'interno.Le rivoluzioni, ricordano, sono prima di tutto fenomeni psicologici. Affinché una popolazione si sollevi, deve percepire che il potere sta vacillando e che la repressione non è più invincibile. Finora la Repubblica islamica ha mostrato segni di fragilità, ma non di disintegrazione.
Tre esperti Usa: senza cambio di regime in Iran, Trump non vince
Gli Stati Uniti rischiano di trovarsi davanti a una conclusione paradossale: aver inflitto danni enormi alla Repubblica islamica… ma non abbastanza















