Roma, 3 giugno 2026 – In realtà le guerre sono due, procedono su piani paralleli ed entrambe hanno il potere di piegare l’avversario. Sia l’Iran sia gli Stati Uniti stanno puntando su quella che gli riesce meglio. Partiamo dalla guerra delle parole, dove ormai, da settimane sentiamo una sequela di conferme e smentite dalle quali si fa davvero fatica a capire che punto sia il memorandum da cui poi dovrebbe partire il negoziato.

L’ultima, solo in ordine di tempo, è la dichiarazione del presidente americano, Donald Trump, secondo il quale i colloqui con la Repubblica Islamica stanno andando avanti e che è coinvolto anche l’ayatollah Mojtaba Khamenei, lo stesso di cui il presidente, in marzo, aveva affermato di non sapere se fosse vivo o morto. Come spesso succede quando parla il tycoon, tutto sembrerebbe andare per il meglio, con Teheran disposta a rinunciare al nucleare. Peccato che la Repubblica Islamica abbia reso noto di non pensarci proprio. Murale con gli ayathollah nel centro di Teheran (Ansa)

Stretto di Hormuz, il tycoon a un bivio

Tutta questa enfasi sul nucleare, poi, inizia ad apparire un modo per fare parlare meno dell’altro grande tema su cui Trump rischia di perdere la faccia davanti a tutta la comunità internazionale, ossia lo stretto di Hormuz. Quella che, sulle prime, gli americani avevano catalogato come una boutade o una condizione da non prendere in considerazione per un negoziato, adesso è diventato un tema a tutti gli effetti: l’Iran vuole il controllo dello Stretto di Hormuz. Da questo dipende non solo la sicurezza delle rotte energetiche, la sopravvivenza economica iraniana. Quindi Trump potrebbe doversi trovare davanti a un bivio. O dà a Teheran quello che ha chiesto, oppure potrebbe essere costretto a ricoprire l’Iran d’oro. In entrambi i casi il danno reputazionale sarebbe enorme.