Al suo rientro dalla Cina, Trump si trova davanti alla decisione forse più pericolosa della sua presidenza. Il Pentagono prepara possibili attacchi contro l’Iran, mentre Israele lascia intendere che nuove operazioni potrebbero iniziare in tempi rapidi. Parallelamente proseguono i tentativi diplomatici per ottenere un compromesso sul nucleare iraniano e sulla riapertura di Hormuz che consenta alla Casa Bianca di evitare una nuova escalation senza apparire indebolita. La guerra contro l’Iran sta entrando nella sua fase più difficile: quella in cui la superiorità militare americana non garantisce più automaticamente una vittoria strategica. Teheran non deve vincere. Le basta resistere abbastanza a lungo da trasformare Hormuz nel principale punto di pressione contro gli Usa e contro l’economia globale. Hormuz influenza simultaneamente prezzi energetici, inflazione, traffici marittimi, crescita asiatica e consenso politico americano. Non a caso, a Teheran qualcuno lo ha definito «l’arma nucleare» iraniana.

Ed è qui che emerge il paradosso più pericoloso per Washington. Più aumenta la pressione militare sull’Iran, più cresce la leva strategica di Teheran attraverso Hormuz, perché il rischio di destabilizzazione energetica rende il mondo sempre più dipendente da una soluzione diplomatica. Gli Usa hanno così trasformato lo Stretto nel proprio principale svantaggio negoziale. È in questo quadro che va letto il summit di Pechino. Pur non essendo il tema centrale dei colloqui, la crisi iraniana ha mostrato che Washington non riesce più a gestire Hormuz senza coinvolgere la Cina. Xi guida il principale cliente energetico di Teheran ed è uno dei pochi leader con reale capacità di pressione sull’Iran. È il segnale dell’ingresso pieno della Cina nella gestione strategica del Medio Oriente. Trump è arrivato a Pechino sperando che Xi contribuisse a stabilizzare Hormuz. Ma la Cina può permettersi di non avere fretta. Per Pechino il conflitto produce quattro vantaggi simultanei: logora risorse e attenzione strategica americana proprio mentre Washington dovrebbe concentrarsi sull’Indo-Pacifico; destabilizza economicamente l’Occidente; rafforza il peso globale cinese nelle supply chain; alimenta la narrativa di Xi secondo cui l’ordine internazionale dominato dagli Usa è entrato in una fase di erosione storica. La guerra Iran-Usa rischia così di trasformarsi in crisi della leadership globale americana.