Il declino americano. Soltanto il tempo ci dirà se l’intervento militare di Trump contro l’Iran è per lo meno servito a bloccare o a ritardare di molto la trasformazione dello Stato persiano in una potenza nucleare. Se non sarà così allora vorrà dire che quella americana risulterà essere una sconfitta completa. E significherà anche, incidentalmente, che con un Medio Oriente nuclearizzato ci saranno guai a non finire per il Medio Oriente stesso e per l’Europa.
Nel frattempo, comunque, Trump una sicura sconfitta l’ha subita. Una sconfitta che è al tempo stesso pratica e simbolica. Nelle guerre del passato c’è stato quasi sempre un luogo in cui si era svolta una battaglia decisiva (Salamina, Maratona, Waterloo, Dien Bien Phu, eccetera) e il cui nome i posteri citano per ricordare gli esiti (vittoria o sconfitta dell’uno o dell’altro) delle varie guerre. Hormuz è quasi sicuramente il nome che verrà in futuro ricordato per indicare non solo una sconfitta americana ma una sconfitta che (a differenza di quella subita in Vietnam negli anni Settanta del XX secolo) indica che il potere americano nel mondo è entrato nella fase discendente della sua parabola. Il blocco di Hormuz durante la guerra, le trattative tutt’ora in corso sulla sua apertura mentre tacciono le armi, nonché il fatto che siano già in tanti i rassegnati all’idea che, d’ora in poi, l’Iran avrà il diritto di imporre un pedaggio alle navi in transito (ripristinando così un uso diffusissimo in tante parti del mondo nei secoli passati) sono il segno di una sconfitta americana, ancora più grave di quelle subite in Vietnam o in Afghanistan. Perché? Perché il controllo sui mari da parte dell’America e, grazie a quel controllo, la sua capacità di garantire la libertà del commercio marittimo sono state, dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi, un fondamentale ingrediente della sua potenza.






