Alberto Pagani, docente di Politiche per la sicurezza, ha definito l’accordo tra Washington e Teheran un fallimento politico e morale dell’amministrazione Trump, sottolineando il divario tra obiettivi dichiarati e risultati raggiunti. Il dibattito ruota attorno a tre nodi: i civili iraniani e l’opposizione al regime, il bilancio strategico del conflitto, il rapporto tra Trump e Israele.

Professore, lei parla di «fallimento morale e politico» di Trump. Qual è il punto di rottura?

«L’accordo con Teheran è la negazione delle promesse fatte ai giovani iraniani scesi in strada per liberarsi del regime islamico, e che gli hanno creduto quando ha detto: “Continuate a protestare, gli aiuti stanno arrivando!”. L’8 e il 9 gennaio il regime ha massacrato oltre 36.500 giovani iraniani, la più grande strage di civili compiuta da un governo contro i propri cittadini dal dopoguerra a oggi. E gli aiuti non sono arrivati».

Washington evocava obiettivi ambiziosi: neutralizzare il nucleare, ridurre la capacità militare iraniana, favorire il cambio di regime. Quali sono stati centrati?

«Nessun obiettivo è stato centrato davvero. La minaccia nucleare non è neutralizzata: forse rallentata, ma il regime iraniano si metterà di buona lena per ricominciare da capo e realizzare la bomba atomica. La capacità militare è stata gravemente compromessa dagli attacchi mirati, ma gli accordi non garantiscono che non verrà presto ricostituita. Sono certo che i dittatori iraniani, prima di far mangiare il popolo, penseranno a costruire missili e droni, ad armare quel che resta delle loro milizie proxy nel Golfo. Quanto al promesso “regime change”, prendiamo atto che il regime è cambiato: con Khamenei padre l’Iran era una teocrazia sostenuta dai militari; con Khamenei figlio, imposto dai Pasdaran, la Repubblica Islamica è diventata una dittatura militare mascherata da teocrazia. Ma non era questo il cambiamento sperato dal popolo iraniano».