di Dario Mazzocchilunedì 15 giugno 20263' di letturaNé un trionfo assoluto del presidente americano, Donald Trump, né un «gioco lungo e incerto in cui alla fine la spunta l'Iran»: il quadro che emerge dalla lunga trattativa diplomatica tra Washington e Teheran ha più risvolti da considerare, secondo Andrea Gilli, docente di Studi strategici alla University of St. Andrews, con un curriculum che comprende il Nato Defense College e le università di Stanford e Harvard.Trump otterrà un regime meno canaglia e il congelamento del programma nucleare iraniano?

«È un accordo temporaneo, un memorandum di intesa di 60 giorni, prorogabile, nato dopo mesi di guerra, attacchi israeliani-americani e blocco dello Stretto di Hormuz. Trump ha ottenuto la riapertura dello Stretto, fondamentale per il commercio globale, l’impegno iraniano a non perseguire armi nucleari e a negoziare la sospensione dell’arricchimento dell’uranio a cui si aggiunge la rimozione del materiale altamente arricchito e la fine -almeno temporanea - delle ostilità».Però nessun regime change, come annunciato all’inizio delle operazioni militari.

«L’Iran non ha smantellato il regime, che resta in mano ai falchi, e non ha rinunciato del tutto al programma nucleare: su questo punto, sono previsti solo negoziati futuri. Trump ha evitato un conflitto lungo e costoso, ma non ha ottenuto il regime change o la distruzione completa del programma nucleare che aveva promesso. È un compromesso pragmatico: meglio di una guerra aperta, ma fragile».