Nell’attuale fase economico-finanziaria il ricorso a un nuovo prelievo patrimoniale non appare conveniente e potrebbe essere perfino controproducente e dannoso. Avrebbe, invece, migliore giustificazione se fosse presentato come un mezzo straordinario e temporaneo per ridurre il peso del debito pubblico per ricondurlo verso un primo traguardo del 100% del Pil. L’analisi di Salvatore Zecchini, economista Ocse

Non si è mai spento il dibattito sulle proposte di introdurre una nuova imposta patrimoniale sulla ricchezza a supplemento di quelle esistenti sui redditi e sul patrimonio. Attualmente riaffiora sulla scena politica e nei media con motivazioni più ideologiche che analitiche e senza una visione complessiva del sistema tributario e delle implicazioni economiche. Le occasioni per risollevare il tema non mancano nello scenario italiano, né in quello di altri grandi paesi europei, in quanto è proposto come un rimedio agli annosi problemi di risanamento della finanza pubblica e come strumento per la giustizia ridistributiva.

Decenni di spese in disavanzo per ogni opportunità, di espansione mal governata del sistema del welfare e di convenienze elettorali hanno condotto ad accumulare un debito pubblico molto elevato rispetto al Pil e difficilmente comprimibile nel contesto attuale di stagnazione economica. Qual che sia il governo al potere in Italia, non dispone più di spazi di manovra sufficienti per fronteggiare nel contempo le sfide del rilancio della crescita, del potenziamento della difesa nazionale e del programma avviato di riduzione del debito pubblico e di uscita dalla procedura europea per deficit eccessivo. Lo shock della guerra in Medio Oriente ha infranto il delicato equilibrio fra le tre esigenze, che era stato intessuto nel triennio con il consenso di Bruxelles, obbligando a rinviare il riequilibrio della finanza pubblica per sostenere i redditi ed investire nella difesa secondo l’impegno preso in sede Nato.