Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiImperversa il dibattito sull’imposta patrimoniale e stupisce tra le argomentazioni quella di alcuni economisti che ritengono sufficiente osservare che il 10% degli italiani possiede il 60% della ricchezza nazionale per concludere che la patrimoniale è opportuna o giustificata. A questa argomentazione si potrebbe facilmente replicare che il 10% dei contribuenti con i redditi più elevati versa circa il 58% di tutta l'Irpef. I numeri sono allineati.

Certo, se l’argomento viene posto nei termini di sottrarre qualche decina di migliaia di euro ai super ricchi (che quasi non se ne accorgerebbero) per ridurre le liste d’attesa sanitarie, è difficile trovare qualcuno che non sia d’accordo. Ma il punto è che l’obiettivo, condivisibile, non è in alcun modo collegato alla patrimoniale.

Volendo essere costruttivi osservo che almeno due aspetti dovrebbero essere, per serietà, chiariti. Il primo: non si capisce se si tratta di una misura una tantum oppure permanente. Se fosse una tantum, senza modificare i meccanismi della spesa pubblica, il giorno dopo il prelievo ci ritroveremmo nella stessa situazione del giorno prima. L’origine del problema è la qualità della spesa pubblica e solo in seconda battuta la sua copertura. Se invece fosse ripetitiva, produrrebbe inevitabilmente trasferimenti (legittimi) di ricchezza all’estero, riduzione di consumi, investimenti e gettito. Persino Giuseppe Conte (!) ha ricordato che l’effetto più probabile di una patrimoniale sarebbe una riduzione del gettito e non un suo aumento.