Gentile direttore,credo si possano avanzare argomenti non proprio trascurabili – e probabilmente sostenuti anche da una evidenza robusta (se la si considera tutta, ivi inclusa quella riconducibile alla cosiddetta political economy) – per dubitare della opportunità di una imposta sui titolari di patrimoni eccedenti un determinato limite (fra 2 e 5,4 milioni di euro, secondo le declinazioni) di cui, fra l’altro, al recente intervento di Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi e Andrea Roventini (Una risposta sulla patrimoniale, 12 giugno 2026). Di questi argomenti discuteremo, probabilmente, a lungo nei mesi prossimi.
Qui vorremmo limitarci a segnalare che la proposta di cui parliamo – per il solo fatto di essere stata avanzata e forse all’insaputa dei suoi stessi fautori – rappresenta un passo ulteriore nella direzione del degrado del nostro sistema fiscale.Sostenere – come avviene ormai da giorni sui media più diversi – che si tratterebbe di una imposta più che sensata in quanto riguarderebbe, nella sua versione «ristretta», solo lo 0,1% dei contribuenti (non più di 50 mila persone fisiche per le quali – come si sente dire – si tratterebbe di «rinunciare ad un caffè»); sostenere – come solitamente si aggiunge – che dunque il 99,9% della platea dei contribuenti non potrebbe che accogliere la notizia, se non con entusiasmo, con un certo favore; lasciare intendere – come spesso si conclude – che di conseguenza sarebbe stolto che questo o quel partito non facessero propria la proposta: ebbene tutto ciò rappresenta forse il punto più elevato del processo di imbarbarimento che interessa da tempo il nostro sistema fiscale. Si tratterebbe, mutatis mutandis, dell’ennesima cedolare in deroga alle regole generali.














