Da qualche giorno la patrimoniale è di nuovo al centro del dibattito. La segretaria del Partito democratico ne ha riaperto il dossier, immaginandola sui grandissimi patrimoni e coordinata a livello europeo; più a sinistra, una proposta di legge di iniziativa popolare chiede un prelievo dall’uno al tre e mezzo per cento sui patrimoni oltre i due milioni di euro, prima casa esclusa. Dalla maggioranza la risposta è arrivata in poche ore e sempre uguale: «vogliono mettere le mani nelle tasche degli italiani». Due slogan speculari, e in mezzo il vuoto.

Ed è tutto qui. La patrimoniale, così com’è agitata, è una misura che lavora sul sentimento più che sul gettito. Una parte dei grandi patrimoni è immobilizzata – immobili, partecipazioni, beni non liquidi – e un’imposta sul valore costringerebbe molti a smobilizzare per pagarla, con effetti distorsivi sul mercato e un incasso reale assai più modesto del clamore che la circonda. Ma il danno più sottile è un altro: brandita come bandiera, la patrimoniale consegna al governo l’arma perfetta. Quella del «partito delle tasse». E così copre il dato che la maggioranza non racconta volentieri: nel corso di questa legislatura la pressione fiscale ha toccato il 43,1 per cento del Pil, il livello più alto dal 2014. Era stata promessa la riduzione delle tasse. È arrivato il record.