Nelle settimane recenti si è tornato a parlare di “patrimoniale”, complice il lancio di una raccolta di firme da parte di Rifondazione comunista con lo slogan “1% equo” per la presentazione di una proposta di legge popolare per tassare i grandi patrimoni, al quale ha fatto seguito un medesimo rilancio da parte dei leader di Avs. Cui hanno già risposto sbrigativamente “picche” tanto il Pd, con Antonio Misiani, che i Cinque stelle, con Giuseppe Conte. Il primo argomentando che «non vogliamo colpire il ceto medio», il secondo dicendo che sarebbe «meglio tassare gli extra-profitti».
Detto che tassare gli extra-profitti, quale che sia la loro definizione, riguarda le imprese e le loro entrate, non la loro ricchezza, la cosa che più colpisce è che, se all’apparenza tutti concordano che le disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza sono eccessive, quando si tratta di proporre misure per aggredirle si fanno subito mille distinguo.
Ora, di cosa si sta discutendo? Una proposta come “1% equo” propone di tassare la ricchezza – non il reddito – a partire da una valutazione del patrimonio di due milioni di euro, detratta la prima casa e le eventuali tasse già pagate, con aliquote a partire dall’1 per cento, a salire fino al 3,5 per cento sopra i 5,4 milioni.













