Basta la parola – patrimoniale – per scatenare violente reazioni pavloviane. Per la destra di governo è un nuovo tentativo di “mettere le mani nelle tasche degli italiani” da contrapporre al virtuoso proposito di “alleggerire il carico fiscale sul ceto medio“ (poco importa se intanto la pressione fiscale sale ai massimi da un decennio). Del resto nemmeno il Pd, quando incidentalmente la evoca, ha poi il coraggio delle proprie azioni. Ma, fuori dalla gazzarra politica e anche volendo ignorare il vivace dibattito globale sul tema, l’idea di un’imposta sui grandi patrimoni non è una reliquia ideologica o la boutade di una sinistra disancorata dalla realtà. Due anni fa un nutrito gruppo di oltre 130 economisti italiani ha firmato una proposta solida e dettagliata di riforma del fisco con al centro nell’immediato proprio un’imposta progressiva sullo 0,1% più ricco dei cittadini italiani e in parallelo l’aumento del prelievo sulle grandi successioni e donazioni e l’introduzione di nuovi scaglioni e aliquote Irpef. Il tutto con l’obiettivo di rimediare all’attuale regressività del sistema che favorisce i contribuenti più ricchi, aumentare l’equità, rendere più sostenibili le finanze pubbliche e aumentare il gettito per finanziare maggiori investimenti nel welfare e nella transizione ecologica.