Raffaele Bonanni

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Puntuale come una tassa, torna la patrimoniale. Quando mancano idee, riforme e coraggio politico, riaffiora la più antica delle tentazioni: prelevare ancora qualcosa a chi produce, risparmia, investe e già sopporta uno dei carichi fiscali più gravosi d’Europa. A rilanciarla è quella parte della politica che preferisce inseguire la redistribuzione della ricchezza anziché interrogarsi sulle ragioni che impediscono di crearne di nuova. Gli stessi che hanno assistito al progressivo impoverimento del sistema educativo, alla stagnazione della produttività, ai ritardi infrastrutturali, alla fragilità energetica e all’espansione di una burocrazia che soffoca cittadini e imprese.

Il bersaglio reale è il ceto medio

L’Italia non soffre per scarsità di tasse. Ne soffre per eccesso. La pressione fiscale supera il 42% del Pil e grava su chi le imposte le versa realmente. I dati mostrano che poco più del 13% dei contribuenti sostiene oltre il 60% del gettito Irpef. Altro che caccia ai super ricchi: il bersaglio reale è un ceto medio sempre più spremuto e sempre meno rappresentato. Eppure si continua a parlare come se il problema fosse l’insufficienza del prelievo fiscale. La patrimoniale, in realtà, esiste già. Colpisce il patrimonio immobiliare attraverso Imu, imposte di registro, successioni e una pluralità di tributi locali. Lo Stato tassa il reddito quando viene prodotto, lo ritassa quando viene accantonato e lo colpisce nuovamente quando viene investito. La sanità – tra gli altri servizi – arretrano, e i cittadini sono costretti a pagare due volte: prima come contribuenti, poi come utenti. Quando i bilanci regionali entrano in affanno per cattiva programmazione, clientele, inefficienze e controlli inadeguati, la risposta è quasi sempre la stessa: aumentare le imposte.