L’aula scolastica non è mai soltanto un luogo di trasmissione del sapere, lo sa bene persino chi tenta di muoversi su un piano puramente didattico. Quando la dimensione relazionale viene accolta, le esistenze prendono spazio. Se ci si assume la responsabilità di strutturare momenti di parola autentici in classe, orali o scritti, emergono storie personali, dubbi profondi, curiosità e quegli interessi scomodi che spesso faticano a trovare asilo altrove.

È un sommerso emotivo ed esperienziale che pulsa nel sottobanco, sotto la superficie della didattica formale e che si manifesta con forza in forme diverse. Aprire spazi di parola a scuola, tuttavia, impone un interrogativo speculare: quali sono, oggi, i nostri spazi di ascolto? Dove trovano accoglienza le storie, anche quelle più complesse? Come e con quale attrezzatura ascoltiamo, noi docenti? E soprattutto, cosa ne facciamo di ciò che raccogliamo?

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Si apre qui un’ulteriore questione: di cosa si può legittimamente parlare in classe? Al di là di ciò che spontaneamente emerge e al di là della nostra capacità soggettiva di recepirlo, è necessario aver presente cosa ci consente la normativa vigente. Il recente ddl Valditara sul consenso informato, appena convertito in legge dallo Stato, interviene proprio su questo confine ponendo un divieto esplicito all’introduzione di percorsi di educazione sessuo-affettiva nelle scuole dell’infanzia e primarie.