La scuola non è solo aula: è luogo di vita, dove le relazioni affettive tra coetanei incidono ogni giorno sull’esperienza delle studentesse e degli studenti. Nelle loro quotidianità, queste dinamiche sono per le giovani e i giovani occasione di scoperta reciproca, di gestione delle emozioni e di costruzione di un senso di sé e di appartenenza al gruppo. Anche per questo, oltre alla prevenzione della violenza e alla promozione del benessere psico-fisico dei minori, è impellente riflettere sull’educazione sessuale e affettiva. L’affettività va educata con urgenza.
QUESTA CONVINZIONE, però, in Italia resta spesso marginalizzata o osteggiata. In questo contesto si colloca l’approvazione definitiva, da parte del Senato, del disegno di legge sul consenso informato a scuola, avvenuta l’11 giugno 2026, che ne ha sancito la trasformazione in legge. La norma, voluta dal ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara, introduce l’obbligo del consenso scritto dei genitori, o degli studenti maggiorenni, per attività legate all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole secondarie, mentre ne vieta lo svolgimento nella scuola dell’infanzia e primaria.
Ad oggi in Italia, parlare di educazione sessuale e affettiva a scuola continua a rappresentare un nodo problematico, spesso eluso o ridotto a questione ideologica. Il dibattito pubblico si polarizza su slogan e caricature invece di interrogarsi su come accompagnare concretamente bambine e bambini, ragazze e ragazzi, nella comprensione di sé, del proprio corpo, delle relazioni e del consenso. Questo avviene nonostante da anni le principali organizzazioni internazionali ed europee riconoscano il diritto all’informazione e all’educazione sessuale e affettiva come componente imprescindibile del percorso formativo, raccomandandone l’integrazione nei sistemi scolastici in forma strutturata, obbligatoria e curricolare. In Italia, invece, ogni tentativo di elaborare una legislazione organica sull’educazione sessuo-affettiva viene ciclicamente ostacolato, rinviato, neutralizzato, come se riconoscere la centralità di questi temi fosse una concessione pericolosa anziché un dovere democratico verso le nuove generazioni. Ne deriva un paradosso: mentre spesso si invoca la «centralità della scuola», la si priva degli strumenti per affrontare una delle sfide più urgenti del presente.








