L’udienza così attesa nella giornata di ieri non si è tenuta e nessuna motivazione è stata resa nota. Il legale non è neanche riuscito a incontrare gli attivisti del Global Sumud Convoy detenuti da diciassette giorni a Bengasi in un «black site», i luoghi della Libia orientale del generale Khalifa Haftar dove i diritti umani non esistono. La preoccupazione per un’ulteriore estensione del periodo di detenzione è alta.

La missione di terra coordinata da Global Sumud Maghreb e la Global Sumud internazionale aveva l’obiettivo di consegnare aiuti umanitari ai palestinesi della Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah, al confine egiziano. Il 21 maggio, al valico libico di Sirte, il tentativo di ottenere dalle autorità locali l’autorizzazione a proseguire il viaggio nella zona orientale. Tre giorni dopo, l’arresto. Tra i trattenuti anche gli italiani Leonarda (Dina) Alberizia e Domenico Centrone: per loro e per altri otto prosegue lo sciopero della fame, entrato oggi nel nono giorno.

AMNESTY INTERNATIONAL riporta che gli attivisti «stanno ricevendo un’assistenza medica pressoché nulla all’interno del centro di detenzione di Bengasi gestito dall’Agenzia per la sicurezza interna», gruppo armato il cui coinvolgimento in detenzioni arbitrarie, torture, maltrattamenti e sparizioni forzate è ampiamente documentato. Al 4 giugno «l’Agenzia continuava a negare a un detenuto di poter prendere regolarmente i suoi farmaci per il diabete, diverse persone hanno registrato un calo dei livelli di zucchero nel sangue, alcune sono svenute e una ha avuto una crisi epilettica».