La carovana di terra Undici attivisti, tra cui due italiani, agli arresti da 15 giorni in uno dei buchi neri di Haftar
Hanno concluso il quarto giorno di sciopero della fame dieci degli undici attivisti della Global Sumud Flotilla «arbitrariamente detenuti in Libia». Rifiutano acqua e cibo per protestare «contro la loro detenzione illegittima, il diniego di assistenza legale, il prolungamento della custodia e i maltrattamenti subiti», riporta la nota dell’organizzazione.
CONDIZIONI di salute in peggioramento: Achraf Khoja, Alicia Armesto, Ana Margarida França Santana Baptista, Domenico Centrone, Jenelle Jones, Laura Kwoczała-Alsubaih, Leonarda Alberizia, Lucas Ezequiel Aguilera, Maria Paula Giménez, Matías Álvarez, Mehdi Bouzguenda avevano preso parte alla missione di terra partita a fine aprile dalla Mauritania e diretta al valico di Rafah, al confine tra l’Egitto e di Gaza. Il convoglio di terra avrebbe consegnato ai palestinesi della Striscia medicinali, alimenti, beni di prima necessità. A metà maggio l’accampamento è giunto tra Libia occidentale e orientale, quella zona cuscinetto tra amministrazioni rivali che si estende per circa 10 chilometri a cavallo della città di Sirte. Il 21 maggio il tentativo di rompere lo stallo: gli attivisti consegnano al checkpoint un documento per sottolineare il tentativo umanitario di raggiungere la Striscia. Richiesta respinta. Tre giorni dopo i cancelli del checkpoint si aprono e la piccola delegazione che aveva tentato di mediare viene prelevata dai miliziani libici e reclusa a Bengasi. Si è parlato di una caserma di polizia, invece gli attivisti si trovano probabilmente in un «black site» della Libia del generale Khalifa Haftar.








