Giuseppe Alberizia, fratello di Dina, ha raccontato di aver creduto fino all’ultimo in una liberazione che invece non è arrivata: “Non nascondo l’amarezza perché ci credevo”, ha detto all’Ansa, spiegando che il console italiano in Libia gli ha riferito che i dieci restano detenuti in attesa di ulteriori accertamenti “sulla natura della missione”. Poi, ha parlato del logoramento di queste giornate: “Sono 17 giorni di detenzione. Anche se vengono trattati bene, non è che alla lunga la detenzione porti bene”.La vicenda si trascina da quando una delegazione avanzata del convoglio Global Sumud Convoy, composta da una decina di attivisti di varie nazionalità, aveva cercato di superare il blocco a Sirte per trattare il passaggio verso la Libia orientale. Tra loro c’erano anche Centrone, docente universitario di Molfetta, e Leonarda Dina Alberizia, attivista piemontese originaria di Foggia. Secondo le ricostruzioni emerse nei giorni scorsi, i fermati sono stati poi trasferiti a Bengasi e trattati come immigrati clandestini per essere entrati nella regione senza permesso di sicurezza, anche se la Farnesina continua a sostenere che, per i due italiani, non risulta ancora un’accusa formalizzata. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha parlato di una situazione “delicata” e “complicata”, assicurando che il consolato italiano a Bengasi e il ministero seguono il caso “minuto per minuto”. Intanto in Italia la mobilitazione non si ferma. Il Coordinamento Capitanata per la pace, di cui Dina Alberizia fa parte, ha convocato per giovedì 11 giugno un presidio davanti alla prefettura di Foggia per chiedere la liberazione dei due italiani e degli altri otto attivisti. A Torino, dove Alberizia ha lavorato a lungo come educatrice comunale, il sindaco Stefano Lo Russo ha espresso preoccupazione, mentre anche Chiara Appendino ha firmato l’appello per il rilascio. Mentre a Bengasi il tempo si allunga senza risposte, fuori dal carcere la pressione cresce: tra le piazze, le città e le famiglie, che rivogliono indietro i loro cari.
Flotilla, salta l'udienza in Libia per gli attivisti detenuti (tra cui due italiani). La portavoce della missione: "Preoccupati che si vada verso un'estensione del trattenimento"
In tredici Paesi sono scattati scioperi della fame e proteste davanti alle ambasciate libiche e ai ministeri degli Esteri per chiedere il rilascio dei volontari













