Strage di braccianti ad Amendolara, da dove arrivavano, il loro viaggio, il traffico di pakistani, il caporalato, la violenza. Giovanni Manoccio, già sindaco di Acquaformosa e presidente dell’associazione “don Vincenzo Matrangolo”: «Decine di minivan saltati in aria, clima di dominio»
COSENZA – Arrivano in Europa attraversando la Turchia. Da lì, per coloro che giungono in Italia dal Pakistan, ci sono due rotte possibili: quella del Mediterraneo oppure quella dei Balcani. È proprio quest’ultima che, verosimilmente, avevano seguito Waseem Khan, Safi Iayjad, Amin Fazal Khogjani e Ullah Ismat Qiemi, i quattro braccianti uccisi nell’inferno di Amendolara. Prima di incontrare la morte sulla Statale 106, erano sopravvissuti a quel lungo viaggio che, spesso, miete centinaia di vittime.
STRAGE DI BRACCIANTI AD AMENDOLARA, IL LUNGO VIAGGIO DEI MIGRANTI
«Noi non li avevamo mai intercettati. Sappiamo soltanto che per alcuni di loro, il primo punto di approdo era stata la Sardegna, ma non conosciamo il percorso preciso», spiega Giovanni Manoccio, già sindaco di Acquaformosa e presidente dell’associazione “don Vincenzo Matrangolo”, esperto di migrazioni e noto per aver trasformato il piccolo borgo alle pendici del Pollino in luogo di accoglienza. Con il progetto “Supreme”, attivo a Corigliano Rossano (e a Cassano allo Jonio, dove è gestito dalla “Cidis onlus”, ndr), i volontari della “don Matrangolo” intercettano le persone, si occupano della profilazione, di gestire il trasporto per conto delle aziende, i bisogni legati all’assistenza sanitaria, ai permessi di soggiorno e i rapporti con i Centri per l’Impiego. Si tratta di un progetto sperimentale che, di fatto, aiuta a rompere il rapporto con il caporale.














