Il piano Tecnologie immature, costi alti e dipendenza dall'estero: il nucleare difficilmente sarà la soluzione ai problemi energetici italiani
L’accelerazione del governo Meloni sul nucleare è una mossa più ideologica che industriale. Il settore dell’energia e dell’ambiente è quello in cui l’esecutivo di destra è più deficitario: nonostante il Pnrr, non è stato fatto nulla di strutturale su un tema che, dall’Ucraina al Golfo, continua ad agitare sia la macroeconomia che le bollette di casa.
Forzare sul nucleare adesso significa trarre il massimo profitto senza pagarne le conseguenze in termini di consenso, incassando pure il plauso di un pezzo di (teorica) opposizione centrista. Per un eventuale referendum abrogativo entro la legislatura il tempo scarseggia. Però l’approvazione di un disegno di legge sul nucleare sarà la carta con cui l’esecutivo risponderà a chi chiede spiegazioni dell’inerzia sul dossier energetico. Soprattutto in Europa, dove l’inazione italiana viene regolarmente sottolineata.
Per aggirare i ripetuti stop referendari e dipingere il ritorno al nucleare come una svolta innovativa, il governo deve fare sfoggio di una certa creatività linguistica. La legge, ad esempio, punta sui cosiddetti «piccoli reattori modulari», un tipo di impianto che «generalmente non supera i 400-500 megawatt». L’uso dell’avverbio è curioso: al momento i piccoli reattori sono in fase di sviluppo e forse se ne parlerà per il prossimo decennio. «Generalmente», cioè, i reattori modulari non esistono. In più, anche l’aggettivo «piccolo» è discutibile: le centrali atomiche italiane erano quasi tutte al di sotto di quella soglia, e solo Caorso la superava di non molto.












