Mentre il Governo accelera sul disegno di legge delega per il ritorno del nucleare in Italia, Isde prende una posizione netta: il nucleare, anche nella versione presentata come «nuova generazione», non rappresenta oggi una soluzione sostenibile né per la crisi climatica né per la tutela della salute pubblica.

La strategia governativa punta infatti sui cosiddetti Small Modular Reactors (Smr), piccoli reattori modulari descritti come più sicuri, flessibili ed efficienti rispetto alle centrali tradizionali. Il primo elemento riguarda la salute.

Le più recenti evidenze epidemiologiche internazionali mostrano che anche esposizioni a basse dosi di radiazioni ionizzanti possono determinare un aumento del rischio sanitario per i lavoratori del settore e per le popolazioni residenti nelle vicinanze degli impianti. Gli effetti osservati riguardano soprattutto l’incremento di patologie oncologiche e si manifestano anche a livelli di esposizione considerati compatibili con gli attuali standard normativi. Un dato che invita alla prudenza, soprattutto quando si parla di tecnologie da collocare in territori densamente abitati.

A questo si aggiunge un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico: gli Smr non sono ancora una tecnologia consolidata. Nati originariamente per applicazioni militari, non hanno finora trovato una diffusione significativa in ambito civile. I tempi di progettazione, autorizzazione e costruzione vengono stimati in oltre un decennio, mentre i costi reali restano incerti. Ed è proprio il fattore tempo a rendere problematica la scelta nucleare. La crisi climatica richiede riduzioni rapide delle emissioni climalteranti. Investire oggi in tecnologie che entreranno eventualmente in funzione tra dieci o vent’anni rischia di sottrarre risorse economiche e politiche a soluzioni già disponibili: energie rinnovabili, efficienza energetica, reti intelligenti, sistemi di accumulo e comunità energetiche rinnovabili. I dati internazionali sembrano confermare questa tendenza.