Non è una tragedia nata dal nulla, non è un incidente isolato e mon è nemmeno soltanto una storia di disperazione, fuoco e morte. La strage di Amendolara è il nome nuovo di una vergogna antica: quella dei braccianti invisibili, degli uomini caricati all’alba su auto e furgoni, portati da un campo all’altro tra Calabria, Basilicata e Puglia, spremuti per pochi euro e poi riportati indietro, quando va bene, a notte fonda.
La scena cambia, il copione resta identico. I lavoratori partono dalla Sibaritide, attraversano chilometri di strade interne, inseguono la raccolta di fragole, uva, ortaggi, agrumi. A volte rientrano. A volte no. Come è accaduto sulla Fondovalle dell’Agri, dove quattro lavoratori morirono in una Renault Scenic stipata oltre ogni limite. Come rischia di accadere ogni giorno sulle stesse rotte percorse da uomini senza voce, senza contratto vero, senza protezione reale. La morte, in queste storie, arriva sempre dopo. Prima c’è il sistema. Prima ci sono le paghe da fame, gli alloggi sovraffollati, i trasporti imposti, le intermediazioni obbligate, le comunità chiuse dentro una paura che parla urdu, punjabi, italiano e silenzio. Prima c’è il caporalato. Poi arrivano le sirene.












