Una Fiat Ulysse trasformata in una trappola, quattro migranti morti tra fuoco e fumo, un sopravvissuto che sarebbe riuscito a salvarsi dopo una lotta disperata e due uomini fermati con l’accusa di aver dato fuoco al mezzo. Ma attorno alla strage di Amendolara, consumata in pieno giorno al distributore self service lungo la Statale 106, restano ancora molti punti da chiarire. Lo ha lasciato intendere anche il procuratore di Castrovillari, Alessandro D’Alessio, che sul movente non si è sbilanciato. Il caporalato è una delle ipotesi al vaglio degli inquirenti, ma non l’unica. Ed è proprio dentro questa zona grigia che si muove l’inchiesta: sfruttamento nei campi, mancati pagamenti, controllo della manodopera, tensioni tra gruppi di diversa nazionalità e possibili rapporti con ambienti criminali del territorio.

Il sopravvissuto e la lotta per uscire dal rogo

Secondo la ricostruzione pubblicata da Repubblica, l’unico sopravvissuto, Taj Mohammad Alamyar, 35 anni, afgano originario di Jalalabad, conosceva da tempo i due pachistani fermati: Ahmed Safeer, 32 anni, detto “Bat”, residente a Villapiana Scalo, e Ali Raza, stessa età e stesso domicilio. I due sarebbero stati reclutatori di braccia per la raccolta delle fragole a Scanzano Jonico, in Basilicata. Lunedì, all’ora di pranzo, erano tutti a bordo del Fiat Ulysse: Ali Raza alla guida, Safeer al suo fianco, dietro quattro raccoglitori afgani e un pachistano. Tra loro anche Taj Mohammad, seduto nella parte posteriore del mezzo.