Sulla statale 106, la strada che corre lungo la costa ionica calabrese e che da anni viene chiamata “la strada della morte”, il primo segno è una macchia nera sull’asfalto. Poi arrivano i fiori. Qualche candela. Un silenzio difficile da spiegare. È in un’area di servizio alla periferia di Amendolara, in provincia di Cosenza, che all’alba del primo giugno quattro uomini sono morti, arsi vivi dentro un minivan. Un quinto si è salvato rompendo un finestrino e fuggendo tra le fiamme.
Le vittime si chiamavano Waseem Khan, pachistano, e gli afgani Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi e Safi Iayjad. Avevano tra i 19 e i 29 anni. Erano arrivati con il decreto flussi, con la promessa di un lavoro. Hanno trovato una rete di sfruttamento disumana. Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso alcuni momenti decisivi. Secondo la ricostruzione della procura, il minivan su cui viaggiavano era fermo nell’area di servizio.
Una delle persone a bordo è scesa, ha aperto il vano posteriore del mezzo e poco dopo è comparso il fumo. Le fiamme hanno avvolto il veicolo mentre almeno una delle portiere era bloccata. Gli uomini intrappolati hanno cercato di fuggire, ma per quattro di loro non c’è stato scampo. Il rogo non è stata una fatalità. Poche ore dopo gli investigatori hanno fermato due cittadini pachistani, Safeer Ahmed e Ali Raza, entrambi trentunenni. Per loro l’accusa è pesantissima: omicidio plurimo aggravato. Il fermo è stato successivamente convalidato dal giudice per le indagini preliminari.












