La strage di Amendolara è una ferita che si allarga ora dopo ora nella nostra coscienza, ecco perchè non può e non deve essere confinata alla sola cronaca nera. A molti converrebbe un’archiviazione che fosse prima di tutto giornalistica per poter poi loro attivare la macchina dell’oblìo. Ma Amendolara peserà, come Cutro, per sempre sul groppone di quanti celebrano in grisaglia gli 80 anni della Repubblica fondata sul lavoro, che però fa finta di non vedere le atrocità commesse sul posto di lavoro.
Quattro uomini bruciati vivi
Quattro uomini sono morti bruciati vivi: erano braccianti, migranti, lavoratori invisibili che raccoglievano frutta nelle nostre campagne, essere umani come noi, non “corpi senza storia”, per dirla alla Monsignor Savino, uno dei Vescovi piu’ importanti d’Italia, ma anche il piu’ inascoltato d’Italia, vista la cecità perdurante di molta sibaritide sugli schiavi della terra, che giungono per mare. Donne e uomini che avevano lasciato il proprio Paese inseguendo la stessa speranza che per oltre un secolo ha spinto milioni di calabresi a partire verso l’America, il Nord Europa, l’Australia, il Nord Italia. Cercavano lavoro, dignità, una possibilità.
La Calabria e la memoria perduta dell’emigrazione













