Giorgia Meloni vuole una nuova legge elettorale anche per evitare di ricorrere lei stessa a un Campo largo. A un anno di distanza, almeno, dalle elezioni, i sondaggi non hanno senso, ma quelli di oggi danno il centrodestra e il Campo largo di sinistra assolutamente appaiati. Potrebbero essere decisivi, perciò, i seggi di Carlo Calenda e soprattutto quelli del generale Vannacci.

Nel 1996, fresco della scissione di Fiuggi dell’anno precedente, Fini non accettò alcuna forma di collaborazione, anche indiretta, con la Fiamma Tricolore di Pino Rauti. Anche per un pasticcio sui simboli nella scheda uninominale, molti elettori votarono per la Fiamma togliendo al centro destra almeno 26 seggi e facendogli perdere le elezioni. Per questo, alla domanda se pensano un domani di allearsi con Vannacci, i dirigenti di Fratelli d’Italia rispondono: dipende dal programma.

Il nuovo progetto di legge elettorale prevede l’indicazione nella scheda del candidato premier, fatte salve naturalmente le prerogative del capo dello Stato. Nel suo libro, appena uscito (Storia di una riforma mancata), Peppino Calderisi – grande esperto di sistemi elettorali – ricorda che anche nel centro sinistra l’idea di indicare il premier è stata molto presente. Lo stesso Sergio Mattarella, deputato popolare, lo suggerì in una proposta di legge del 27 maggio 1998. Questo non vuol dire affatto che oggi sia dello stesso parere, ma è storicamente trasversale l’opinione che il suggerimento di un candidato premier non sia lesivo dei poteri del presidente della Repubblica.