E ora che si fa? La maggioranza, nella sera di mercoledì, ha depositato una riforma elettorale che impone alle coalizioni di indicare una persona per la premiership. Il melonellum toglie dal tavolo la possibilità di andare ognuno per proprio conto, e far decidere agli elettori chi sarà il leader. Il centrodestra, è scontato, si riconosce nella leadership di Giorgia Meloni. La mossa, con tutta evidenza, vuole mettere in difficoltà il centrosinistra.
Tanto più che il centrodestra annuncia di voler procedere a ritmi serrati: il 26 giugno la riforma arriva in aula alla Camera, a luglio potrebbe esserci il voto definitivo in Senato. Quando si cambia la legge elettorale, il voto anticipato diventa più probabile. È una legge non scritta e le rassicurazioni, come quelle del coordinatore di FdI, Giovanni Donzelli, servono a poco.
I parlamentari si fanno due conti: gli esclusi del prossimo giro cercano di accasarsi in gruppi che riservino qualche chance. Sta succedendo in queste ore con Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Per evitare lo smottamento, non restano che le urne. È stato così col rosatellum: è stato approvato nel novembre del 2017, si votò nel marzo del 2018. E lo stesso avvenne con il porcellum, approvato nel dicembre del 2005, le urne scattarono nell’aprile 2006. Per analogia, se il melonellum sarà licenziato dal parlamento a luglio 2026, potrebbe votarsi 4 mesi dopo, nell’autunno del 2026. Ad oggi il centrosinistra non ha ancora un leader e neppure una coalizione definita.














