Adesso le chiacchiere stanno davvero a zero. La legge elettorale è stata incardinata in Parlamento e la maggioranza la porterà a casa anche mettendo la fiducia per sterilizzare i franchi tiratori nello scrutinio segreto.

Giorgia Meloni ha ottenuto ciò che voleva: l’indicazione del capo della coalizione, cioè del candidato premier. E questa non è una clausola tecnica. È una mina politica piazzata sotto il campo largo. È un colpo al cuore per le opposizioni che puntano a diventare governo. Perché, a meno di una clamorosa ritirata di Giuseppe Conte — oggi del tutto improbabile — il centrosinistra sarà costretto a scegliere il suo sfidante attraverso le primarie. Prima lo capiscono, meglio è. E soprattutto: prima iniziano a dirsi la verità, meglio è ancora.

Elly Schlein e l’avvocato del popolo dovrebbero finalmente guardarsi in faccia, insieme ai rispettivi gruppi dirigenti, e verificare se esiste davvero una compatibilità politica tra Pd e Movimento Cinque Stelle. Perché il punto è esattamente questo: non basta evocare l’unità contro la destra se poi, sui nodi decisivi, le distanze restano siderali. Sulla politica estera, per esempio, non ci siamo proprio. Conte si è detto contrario all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea. Esattamente come Matteo Salvini. Convergenze parallele? No, piuttosto rossobruni alla riscossa. Il Pd può continuare a far finta di niente? Può continuare a fischiettare sostenendo che non è questo il momento per chiarire? Al Nazareno si coltiva ancora l’illusione che un compromesso con Conte, in un modo o nell’altro, si troverà. Magari promettendogli qualcosa che non potrebbe rifiutare: la presidenza del Senato come trampolino verso il Quirinale. Ma sarebbe un patto scritto sull’acqua. Come vendere la Fontana di Trevi.