Biagio Marzo

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In primavera gli elettori saranno chiamati alle urne per il rinnovo del Parlamento e, allo stato attuale, l’esito del voto appare tutt’altro che scontato. Né il centrodestra né il cosiddetto Campo largo possono oggi considerare acquisita la vittoria. Il primo nodo da sciogliere riguarda la nuova legge elettorale. Il confronto tra maggioranza e opposizione procede secondo la logica del muro contro muro e il dialogo parlamentare appare pressoché inesistente. Una scelta che non giova neppure alle opposizioni, arroccate sulle proprie posizioni e indisponibili a un confronto. Anche nella maggioranza, tuttavia, non mancano profonde divisioni. Il terreno di scontro è quello delle preferenze.

Giorgia Meloni si è detta favorevole alla loro reintroduzione, mentre Antonio Tajani e Matteo Salvini continuano a manifestare forti resistenze. Il motivo è noto: le preferenze rafforzano il rapporto tra eletto ed elettore e rendono più difficile il ricorso ai candidati “paracadutati”, scelti dalle segreterie nazionali e privi di un reale radicamento territoriale. L’ipotesi che prende forma è quella di un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza, ma privo delle preferenze, con l’obiettivo di garantire che, al termine dello scrutinio, emerga con chiarezza una coalizione vincente. L’impianto resta quello del bipolarismo: individuare chi governa e chi siede all’opposizione. Tertium non datur. Un sistema che, di fatto, obbliga i partiti a coalizzarsi prima del voto. Il premio di maggioranza dovrebbe assicurare la stabilità dell’esecutivo, pur senza eliminare del tutto il rischio dei cambi di casacca nel corso della legislatura. Inoltre, all’interno dei due principali schieramenti potrebbero convivere più forze politiche, determinanti per l’assegnazione del premio e, quindi, per la vittoria finale del centrodestra o del centrosinistra.