Roma – La data non è ancora una decisione, ma è già una strategia: 11 e 12 o al massimo 18 e 19 aprile 2027. Giorgia Meloni non la osserva come una fuga, bensì come l’ultima forma possibile di governo del tempo politico. Dopo quasi cinque anni di maggioranza, il rischio non sarebbe più cadere, ma logorarsi, vedere la stabilità trasformarsi in immobilismo, gli alleati in concorrenti, il consenso in rendita consumata. Senza contare, soprattutto, l’affermarsi e l’espandersi del fattore V, V come Vannacci.

Un’ipotesi considerata con crescente realismo a Palazzo Chigi e tra i partiti di maggioranza

Si comprende, dunque, come, da un lato, ci sia la spinta ad approvare la nuova legge elettorale entro l’estate e come, dall’altro lato, l’ipotesi del voto anticipato della prossima primavera non sia più solo un’ipotesi, ma una possibilità considerata con crescente realismo dalle parti di Palazzo Chigi e tra i partiti di maggioranza. Ma, quel che più conta, una possibilità oggetto di riservate e informali interlocuzioni – secondo alcune fonti parlamentari – tra le strutture della Presidenza del Consiglio e quelle del Quirinale. Il dato politico-costituzionale più rilevante è che se la premier si presentasse dopo la manovra con una maggioranza formalmente viva ma politicamente logorata, il Quirinale potrebbe prendere atto dello scioglimento come soluzione ordinata, non come forzatura. Di fronte a una posizione unitaria del governo e dei leader dei partiti di maggioranza a favore del voto anticipato il Presidente della Repubblica, con tutta probabilità, accetterebbe la via scelta. E, del resto, la strada sarebbe costituzionalmente ineccepibile in assenza di altre maggioranze praticabili.