La vera deadline per la fine della legislatura è fine marzo 2027, ossia il momento in cui i parlamentari eletti per la prima volta maturano il diritto alla pensione. Esattamente quattro anni e mezzo dopo la prima riunione delle Camere, ormai nel lontano ottobre 2022.
Nessun premier, per ovvi motivi, rischierebbe azzardi prima. Tantomeno vuole rischiare Giorgia Meloni, che anzi manda avanti i suoi (Giovanni Donzelli in primis) a ripetere che si arriverà alla fine naturale in autunno e che la riforma elettorale messa in campo dal centrodestra, il Melonellum o Stabilicun che dir si voglia, incentiva i tempi lunghi proprio perché con il premio di maggioranza per chi supera maggiormente il 42% dei voti produce un vincitore certo: chi vince, pure di poche decine di migliaia di voti, può subito insediarsi a Palazzo Chigi e varare la legge di bilancio nei tempi stabiliti senza rischiare l’esercizio provvisorio se si scavalla il 31 dicembre.
Urne a inizio aprile, a distanza di sicurezza dal voto nelle grandi città
Eppure a Palazzo Chigi, crisi internazionali permettendo, si è cerchiato di rosso proprio il periodo tra fine marzo e inizio aprile per tornare alle urne. La premier vuole assolutamente evitare la coincidenza con le comunali nelle grandi città - da Roma a Milano, da Torino a Napoli - dove il centrosinistra è più forte e potrebbe godere di un effetto traino. O un paio di mesi prima, dunque, oppure bisogna davvero scavallare l’estate del 2027 con tutti i rischi di logoramento connessi.










