Ufficialmente Giorgia Meloni manda avanti i suoi (Giovanni Donzelli in primis) a ripetere che il governo arriverà alla fine naturale della legislatura in autunno. Eppure a Palazzo Chigi, crisi internazionali permettendo, si è cerchiato di rosso inizio aprile per tornare alle urne. Non prima, perché solo a fine marzo 2027 i parlamentari eletti per la prima volta maturano il diritto alla pensione. Esattamente quattro anni e mezzo dopo la prima riunione delle Camere, ormai nel lontano ottobre 2022. Nessun premier, per ovvi motivi, rischierebbe azzardi prima. Meloni ad ogni modo vuole assolutamente evitare la coincidenza con le comunali di maggio nelle grandi città - da Roma a Milano, da Torino a Napoli - dove il centrosinistra è più forte e potrebbe godere di un effetto traino. Di qui l’orientamento a giocare d’anticipo.
Il ruolo della legge elettorale
Del resto la riforma elettorale messa in campo dal centrodestra, il Melonellum o Stabilicun che dir si voglia (di cui è prevista l’approvazione alla Camera entro l’estate e al Senato al massimo a settembre), aiuta questa strategia perché con il premio di maggioranza per chi supera maggiormente il 42% dei voti produce un vincitore certo: chi vince, pure di poche decine di migliaia di voti, può subito insediarsi a Palazzo Chigi e varare la legge di bilancio nei tempi stabiliti senza rischiare l’esercizio provvisorio se si scavalla il 31 dicembre.















