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Francesco Verderami

La premier deve chiudere la legge elettorale. Ma le tensioni nella maggioranza rendono tutto più difficile

Scorrendo il calendario del 2027, dopo aver fatto attenzione a evitare alcune festività di primavera, ha marcato in rosso la prima domenica di aprile: il 4. È quella la data in cui Giorgia Meloni intende andare al voto. Per la premier non sarà facile arrivare a quell’appuntamento con la nuova legge elettorale, non foss’altro perché di qui ad allora dovrà gestire anche la nuova coalizione, composta da due partiti della Lega e due partiti di Forza Italia. Il voto segreto alla Camera sulle preferenze ha certificato lo sdoppiamento di cui Meloni era già consapevole. L’immagine di Giancarlo Giorgetti che abbandona l’Aula di Montecitorio giusto in tempo per non partecipare alla delicata votazione, e i messaggi ricevuti dalle due fazioni azzurre con la lista dei franchi traditori, sono stati la prova che l’alleanza del 2022 non c’è più. Ed è con questo cambiamento che deve fare i conti.

Se la presidente del Consiglio era già avvertita di questa mutazione genetica del centrodestra, non si capisce allora la gestione del voto dell’altro ieri, che è parsa un misto di approssimazione e dilettantismo. Visto che Meloni voleva la reintroduzione delle preferenze, infatti, perché non ha chiesto che la riforma iniziasse il suo iter al Senato, dove non c’è il voto a scrutinio segreto? E perché alla Camera non ha voluto che sull’emendamento si esprimesse prima la Commissione, dove c’è il voto palese? E perché infine ha voluto esporsi alla sconfitta, decidendo di dare il parere favorevole del governo alla norma che è stata poi bocciata?