Avanti adagio. Dopo il via libera definitivo alla separazione delle carriere dei magistrati, per Giorgia Meloni è il premierato la prossima fermata da raggiungere, un pit stop necessario per avanzare nel programma di governo e presentarsi alle prossime elezioni politiche con una lista di “I did” di gran lunga più estesa dell’elenco dei “I will do”. La «madre di tutte le riforme», copyright della premier in persona, «non è affatto su un binario morto, tutt’altro: verrà calendarizzata a stretto giro», assicurano tra via della Scrofa e Palazzo Chigi. Ma ai vertici del partito, come ai piani alti del governo, c’è un però è non è di poco conto: il referendum confermativo sulla riforma della giustizia che si terrà la prossima primavera, non prima di marzo e non più tardi d’aprile.

Il timore è che avviare ora il dibattito sul premierato, con la sinistra pronta alle barricate al grido di “vogliono prendersi tutto, ambiscono ai pieni poteri”, possa finire per alimentare e nutrire la battaglia referendaria dei contrari al restyling della magistratura, mobilitando le masse con un effetto moltiplicatore dei no. In barba a una partita che per molti, nel partito della presidente del Consiglio, non andrebbe nemmeno politicizzata più di tanto, come dimostrano i tanti “sì” che arrivano da chi non ti aspetti: da Antonio Di Pietro passando dallo “sceriffo” Vincenzo De Luca e Emma Bonino, solo per fare alcuni nomi noti.