Il Piano B di Giorgia Meloni, sul quale tanto si era fantasticato dopo la catastrofe referendaria, comincia a delinearsi in Parlamento e sui social. Sarà un duello personale su larga scala: non tanto una scommessa costruita su programmi, elenchi di cose realizzate, nuove e vecchie promesse, forza della squadra, ma una questione di facce e personalità. La sua contro quelle di tutti gli altri. Contro Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Contro chiunque sia scelto in loro vece come lord del campo largo. Contro Roberto Vannacci, anche, e ogni altro rompiscatole d’area in cerca di facile fortuna. La sciabola sarà la legge elettorale con l’obbligo di indicare il capo della coalizione e/o candidato premier. Chiusi ieri i preliminari, lunedì si sfoltiscono gli emendamenti in Commissione. Martedì si comincia a votare. A fine giugno, con o senza relatore, si va in aula alla Camera e metà dell’opera sarà compiuta. Il resto seguirà in velocità.
La leadership è un tipo di arma che i progressisti non hanno quasi mai maneggiato, sono fuori esercizio da un ventennio, dall’epoca di Prodi. Meloni la usa benissimo. E lo spettacolo degli ultimi due giorni, con l’umiliazione del generale remigrazionista in diretta tv e la sberla a Conte per il video di propaganda furbetto, sono solo il debutto della nuova fase. Gli elettori si accomodino. Lo spettacolo della premier in campagna elettorale è appena cominciato. Il nome latinesco della riforma, Stabilicum, e l’intera retorica sul tema della stabilità da preservare, non devono portare fuori pista. Il vero nocciolo dell’operazione non è il premio di maggioranza, né le nuove alchimie del proporzionale con listini bloccati: tutti sanno che se spunta un nuovo Bertinotti, un nuovo Mastella, un nuovo Scilipoti, non ci saranno blindature capaci di evitare una crisi. Il vero nocciolo è: obbligare l’opposizione a dire chi vuole portare a Palazzo Chigi. Un emendamento in extremis ha reso il capitolo “indicazione del premier” più articolato e gentile, allo scopo di salvaguardare i poteri del capo dello Stato. Ma il senso non è cambiato. Sarà quella disposizione a definire il tipo di sfida che vedremo nei prossimi mesi: individuale, soggettiva, tarata sulla forza personale dei contendenti. È il campo migliore per Meloni, che su moltissimo altro non può contare. Non sul cambiamento impresso al Paese, che è impalpabile; non (non più) sul ruolo di pontiere che si era attribuita tra l’Europa e gli Usa; non sul vento Maga che ha portato sfortuna a chiunque l’ha usato; non sulla squadra, che ha generato in quattro anni una sequenza di disavventure picaresche con pochi precedenti, tra amanti-consulenti, bisteccherie, mini-pistole di Capodanno, sgangherati attacchi alla magistratura.








