Di storytelling nella moderna società dell’apparenza si vive, ma si può anche lentamente morire. Ed è quanto sta accadendo a Bari, per anni celebrata come se fosse la Barcellona d’Italia, anzi di più, come si conviene alla grandeur barese: efficienza, vivacità culturale e imprenditoriale, qualità della vita, enogastronomia top, mare, sole 300 giorni all’anno, gioia di vivere.

Una sorta di enclave svizzera nel Sud, sintetizzata nello slogan “Sii felice, sei a Bari”, subito diventato virale e immortalato in magliette e gadget da vendere a caro prezzo ai turisti. Ma la realtà racconta una storia leggermente diversa. Anni di ottima gestione amministrativa con i sindaci Michele Emiliano e Antonio Decaro hanno sicuramente cambiato in meglio il volto di una città problematica e fragile, ma l’impressione è che alla fine anche gli autori di questa sceneggiatura siano rimasti vittime del loro storytelling. Nascondendo sotto il tappeto una marea di polvere che negli ultimi mesi sta venendo fuori. E come spesso accade, tutta insieme.

È stata raccontata la favola di una città senza problemi di ordine pubblico con pochi e circoscritti episodi di microcriminalità. E invece i clan erano vivi e vegeti e nell’ultimo periodo hanno ripreso a sparare, tanto che migliaia di studenti e rappresentanti della società civile barese sono scesi in piazza. E’ stata raccontata la favola di una città capitale del piccolo commercio (al punto da avanzare la candidatura a Capitale europea del settore per il 2027) mentre la realtà racconta una progressiva chiusura delle attività, con le piccole botteghe artigiane trasformate in B&B e le “signore delle orecchiette” di Bari Vecchia finite nell’occhio del ciclone perché venderebbero ai turisti pasta industriale spacciata per pasta fatta a mano.