A Bruxelles si continua a lavorare alla normativa per spingere le imprese a comprare made in Europe, sull’onda del pressing di tutti quei governi che hanno fiutato il pericolo per le industrie nazionali. Eppure la Germania continua ad aumentare la propria dipendenza dal Dragone, con il rischio di vanificare ogni sforzo

A Bruxelles ormai sono più che convinti del fatto che l’avanzata del Dragone vada fermata il prima possibile. Ancor di più lo sono gli industriali che ogni giorno lottano contro una concorrenza che definire ormai sleale è un eufemismo. Le parole del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, risuonate in occasione dell’ultima assemblea, stanno lì a testimoniarlo. Bisogna fare in fretta, prima che la storia industriale europea viva solo di ricordi.

Come raccontato da questo giornale, pochi giorni fa cinque governi, Italia, Francia, Spagna, Olanda e Lituania hanno chiesto informalmente alla Commissione europea di accelerare nella messa a terra di una regolamentazione che obblighi le aziende del continente a comprare materie prime e prodotti finiti made in Europe in misura non minore del 40%. Un modo per provare ad arginare la Cina e la sua economia dopata dai sussidi. C’è però chi potrebbe avere meno interesse in questa missione. Non è passato inosservato il fatto che tra i cinque Paesi che hanno sposato la causa anti-cinese non figuri la Germania.