Nelle settimane in cui Bruxelles lavora a una normativa che metta in salvo il made in Europe, molte imprese del Vecchio continente si dicono disposte a rafforzare i propri legami con il Dragone. E così l’Europa industriale si scolla da quella politica

Eppure l’Europa, quella politica, ce la sta mettendo tutta. Forse sono le imprese a non aver capito bene il problema. Nonostante la spinta dell’Unione verso il de-risking, mediante un lento ma inesorabile lavorio per una regolamentazione che imponga alle aziende del Vecchio continente di privilegiare prodotti made in Europe a discapito di quelli made in China, un numero crescente di aziende europee sta mantenendo o espandendo la presenza in Cina per restare competitiva sul mercato globale. E questo mentre Bruxelles prova ad arginare, sostenuta da uno stuolo di Paesi che non ne possono più di vedere le proprie industrie costantemente sotto la pressione della concorrenza cinese, l’avanzata del Dragone.

Tutto nero su bianco in un sondaggio e dal relativo rapporto pubblicato dalla Camera di commercio dell’Ue in Cina. Quasi un terzo delle imprese ha dichiarato che sposterà ulteriormente la produzione nella Repubblica Popolare, mentre il 37% afferma che negli ultimi due anni non ha modificato la geografia delle proprie catene di fornitura. Complessivamente, il 68% degli intervistati ha detto che intende restare o aumentare le operazioni nel Dragone, mentre il 24% ha dichiarato che sta espandendo le attività e, allo stesso tempo, creando fornitori alternativi in altre nazioni. Solamente il 7% ha riferito di aver avviato lo spostamento delle proprie fabbriche o di aver costruito impianti alternativi altrove.