Dopo i primi sussulti su rinnovabili e pannelli solari, ora Bruxelles sembra aver preso davvero coscienza del problema cinese. Ed è pronta a una nuova regolamentazione che imponga alle imprese del continente di diversificare i fornitori stranieri, provando a tagliare le gambe al Dragone

Nelle stesse ore in cui l’Australia ha deciso di liberarsi delle presenza cinese nelle terre rare, l’Europa va incontro a una presa di coscienza. Prendendo atto, forse definitivamente, che un conto è il libero mercato e l’apertura del mercato unico più grande del mondo, un conto è legarsi mani e piedi alla manifattura cinese. E così, dopo mesi di allarmi più sussurrati che suonati, adesso la Commissione europea è pronta a prendere il toro per le corna. Anzi, il Dragone.

Bruxelles sta infatti elaborando piani appositi e specifici per obbligare le aziende europee ad acquistare componenti critici da almeno tre fornitori diversi, nel tentativo di ridurre la dipendenza dell’Unione dalla Cina. La filosofia è sempre quella del made in Europe, ovvero privilegiare la compravendita di prodotti finiti e componentistica europea, in misura non inferiore al 40%. L’obiettivo è chiaro: ogni giorno decine di migliaia di aziende del Vecchio continente si approvvigionano di materia prima cinese, sia perché costa meno, sia perché ce ne è a grande quantità. Questo, tuttavia, nella lunga distanza distorce il mercato, creando una vera e propria dipendenza.