Il processo di permitting europeo, ovvero il percorso di autorizzazione di nuove attività industriali, anche ad alto impatto sull'ecosistema (si legga “costo ambientale”), si sta allentando sempre di più nel nome della competitività industriale e della sovranità. Ma qual è il prezzo che pagano i territori? Se lo chiede un nuovo rapporto della ong Corporate Europe observatory, attiva nel monitoraggio delle lobby. Le analisi sulla competitività continentale (come quella dell’ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi) parlano da tempo e con insistenza della necessità di velocizzare le pratiche, ma – secondo la ong – così facendo aumenta in modo più che proporzionale il rischio di mettere a repentaglio un territorio che, con fatica, si è cercato di tutelare con normative diventate un riferimento mondiale. È l’altra faccia della rincorsa al secolo cinese.Permitting europeo, il costo ambientale della semplificazioneLa legislazione continentale in materia è arrivata in tempi record. La scintilla è stata la guerra in Ucraina, che ha inaugurato la nuova era del disordine globale. La risposta di Bruxelles è stata il Critical raw materials act, strumento messo a punto per garantire una parte degli approvvigionamenti di minerali necessari a economia digitale e transizione energetica, ma anche a settori chiave come difesa e aerospazio. Il testo è entrato in vigore a marzo 2024. All’epoca, il continente dipendeva quasi totalmente da Pechino per i minerali critici.Così si esprime il legislatore comunitario spiegando la ratio dell'intervento: “Per quanto riguarda alcune materie prime, l’approvvigionamento dell’Unione dipende quasi esclusivamente da un unico paese”, e si noti la cautela, tutta diplomatica, nel non nominare direttamente la Cina. "Simili dipendenze creano un rischio elevato di perturbazioni dell’approvvigionamento suscettibili di falsare la concorrenza e di frammentare il mercato interno”.L’Unione auspica che entro il 2030 – tempi rapidissimi per un settore, come quello del mining, che ragiona su archi temporali compresi tra i dieci e i quindici anni – non vi sia più alcuna dipendenza da un singolo paese terzo superiore al 65%. Che è molto: ma rappresenta pur sempre un abbassamento consistente.A tal fine, c'è bisogno di individuare una serie di progetti strategici, che "dovrebbero beneficiare di procedure di autorizzazione semplificate e prevedibili e di un sostegno nell’accesso ai finanziamenti”, si legge ancora. Si tratta di qualche decina di casi, inclusi alcuni in territori d'oltremare.La svolta vera e propria, sostiene la ong belga Corporate Europe observatory è arrivata, però, nel 2025, quando la Commissione ha presentato una serie di proposte operative per velocizzare le pratiche nel settore estrattivo e non solo. Intervento necessario, secondo l'organo guidato da Ursula von der Leyen; ma che renderebbe le regole troppo blande, secondo gli attivisti.È tutto un “omnibus”Il primo è il piano d'azione ReSource Eu, adottato lo scorso dicembre e che disegna una corsia preferenziale per l’estrazione di minerali critici, anche modificando la direttiva europea sulla protezione delle acque.C’è poi il proposto Environmental Omnibus, che, anche in questo caso, promette di velocizzare le procedure tagliando reportistica e responsabilità estesa dei produttori; e per cui, come per tutti gli altri “omnibus”, non sarebbe stato predisposto uno studio di impatto.E infine, il Grids Package, dedicato alle reti, cioè alle infrastrutture energetiche necessarie alla transizione ecologica.Mosse ben accolte dal mondo economico e industriale (qualcuno in realtà le ritiene ancora insufficienti); ma che hanno messo sul piede di guerra le organizzazioni non governative, che denunciano l'impatto delle lobby.Proprio le proposte “omnibus” (vocabolo caro al lessico politico italiano, per indicare un calderone in cui infilare di tutto, ovvero una legge quadro dove inserire eventuali modifiche, integrazioni o correzioni a leggi precedenti) secondo Corporate Europe observatory, sarebbero le nuove “scope con cui si cerca di spazzare via le regole”. Sono dieci, finora, secondo un conteggio dell’organizzazione. Che sottolinea come nei testi dell’Europa si fa sempre più ricorso a un vocabolario di ispirazione aziendale, dove è facile rintracciare espressioni come “colli di bottiglia”, “neutralità tecnologica”, “semplificazione", “reality check” e “stress test”.Il caso della miniera svedeseLa questione appare abbastanza chiara: occorre ridurre la dipendenza dell’Unione dalla Cina, sfruttando al massimo quanto si ha in casa. Il problema è come farlo.Il settore estrattivo è tra i più pesanti in termini di impatto ambientale: fatta salva la ratio politica di uscire dalla dipendenza, calandosi nelle realtà locali le conseguenze di un progetto valutato e approvato senza le opportune cautele possono essere devastanti per chi sui territori vive.Qualche limite si trova già nel Critical raw materials act, dove – per esempio – in nome del principio di precauzione si sottolinea che la Commissione europea non dovrebbe riconoscere come strategici i progetti di estrazione dai fondali marini profondi “prima che gli effetti […] sulla biodiversità e sulle attività umane siano stati sufficientemente studiati, i rischi siano stati compresi e le tecnologie e le pratiche operative siano in grado di dimostrare che l’ambiente non subisce gravi danni”.Ma l'impatto c'è, inutile negarlo.Tra i casi più rilevanti citati nel rapporto dell'organizzazione, c'è quello di una miniera a Per Geijer, nei sobborghi di Kiruna, la città più a nord della Svezia: operata dalla compagnia estrattiva statale Lkab, si tratterebbe – spiega la stessa azienda – del “più grande deposito di terre rare nella nostra parte del mondo”, che “potrebbe diventare uno dei mattoni per produrre le materie prime critiche che sono assolutamente cruciali per la transizione energetica. Abbiamo un problema di approvvigionamento: e senza miniere non potrebbero esserci veicoli elettrici”.“L'elettrificazione, l'autosufficienza dell'UE e l'indipendenza da Russia e Cina cominceranno dalla miniera”, affermava nel gennaio 2023 il ministro per l'Energia, gli Affari e l'Industria svedese Ebba Busch. Che proseguiva: “Dobbiamo rafforzare le catene del valore industriali in Europa e creare reali opportunità per l'elettrificazione delle nostre società. La politica deve dare all'industria le condizioni per passare a una produzione verde e senza fossili. Qui, l'industria mineraria svedese ha molto da offrire. La necessità di minerali per realizzare la transizione è grande”.Era più esplicito, sempre nel 2023, l’amministratore delegato della Lkab, Jan Moström. “Se guardiamo a come hanno funzionato gli altri processi autorizzativi nel nostro settore, ci vorranno almeno 10-15 anni prima di poter davvero cominciare a estrarre materie prime e portarle al mercato. E parliamo di Kiruna, dove Lkab ha praticato attività estrattiva da più di 130 anni. Quindi, il focus della Commissione europea sull’assicurarsi i materiali critici e il Critical raw materials act, temi su cui si sta lavorando [oggi, come detto, è entrato in vigore, ndr], sono decisivi. Dobbiamo cambiare il processo di autorizzazione per assicurare più attività estrattiva di questo tipo per le materie prime in Europa”, sosteneva il manager. "L’accesso oggi è un fattore di rischio cruciale sia per la competitività europea sia per la transizione climatica”.Le cose sono andate proprio in questa direzione. La miniera di Per Geijer è stata ritenuta “di interesse strategico” dal Critical raw materials act, il che la rende idonea a ricevere prestiti, garanzie e altri strumenti di de-risking sostenuti dal blocco continentale; ma, sostengono gli attivisti, l'attività estrattiva metterebbe a repentaglio le popolazioni indigene insediate da millenni nell’area e che sopravvivono allevando renne. C'è un'immagine che sintetizza bene l'impatto: per evitarle danni, si è proceduto a spostare una chiesa dal paese spostandola letteralmente con l'aiuto di pesanti camion rimorchio.“Ci sono delle ragioni precise per cui gli iter autorizzativi sono così lunghi”, chjiosa Ceo: “per esempio, per non mettere a rischio gli ecosistemi”.Fine del just in timeUscirne non è facile. “Anche di recente, un rapporto della Corte dei conti europea ha enfatizzato che tra gli ostacoli per alcuni dei progetti strategici individuati dalla Commissione c’è senz'altro il tema permessi”, afferma a Wired Alberto Prina Cerai, research fellow in tema di energia e sostenibilità geoeconomica dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi). Prina riconosce l’urgenza della questione degli approvvigionamenti, sottolineata dall’iter di approvazione rapido per la normativa Critical materials act. Per quanto riguarda le materie prime critiche, si punta a estrarre nel territorio dell’Unione il 10% del fabbisogno. Ma, spiega, nonostante la fretta “i legislatori hanno fissato target non vincolanti al 2030, proprio perché consapevoli della difficoltà a raggiungere gli obiettivi”.“Il punto è che il just in time non è più la regola di fondo degli scambi commerciali”, prosegue l’esperto. “Semplificazione significa sicurezza economica per il blocco continentale. Ma, d'altra parte, non possiamo permettere che questo vada a danno comunità locali, come nel caso di un grosso deposito litio in Serbia. Si otterrebbe l’effetto opposto: si finirebbe, cioè, per decelerare. Devono essere bilanciati interessi di tutti”.“Certo”, annota Prina, “se guardiamo nel dettaglio al Critical raw materials act si tratta di un dispositivo avanzato, con criteri di sostenibilità non presenti in altre giurisdizioni. Fare attività estrattiva in Europa resta più sostenibile che in altri paesi, anche per la presenza di meccanismi di monitoraggio”.Il nodo della sostenibilità finanziariaLa questione dirimente, secondo l'esperto, “è la sostenibilità finanziaria dei progetti, tema che si aprirà nei prossimi anni”. I prezzi di materie prime come litio, grafite, nichel e cobalto sono fortemente influenzati dalle capacità produttive cinesi: e al momento sono bassi. Per questo è probabile sia necessario l’intervento pubblico, come peraltro già avviene negli Stati Uniti, dove lo zampino federale consente di tenere aperti alcuni depositi strategici che, a rigor di mercato, dovrebbero essere chiusi. La delocalizzazione di un tempo funzionava così. Ma quell'epoca è finita.La vicenda mette in luce un altro aspetto. I minerali necessari alla transizione sono sempre stati estratti dall'altra parte del mondo, con gravi danni agli ecosistemi e poca, se non nessuna, voce alle popolazioni locali. La distanza, però, attutiva l'impatto emotivo in Occidente. Oggi anche questo lato del mondo deve tornare a confrontarsi con il costo sociale e ambientae dell'economia. Una parte della storia che avevamo dimenticato.