Non è risolutivo, ma almeno evita guai peggiori. L’accordo tra Cina ed Unione europea che congela per un anno le nuove restrizioni sull’esportazione di terre rare, estendendo al Vecchio Continente il patto siglato da Pechino con gli Stati Uniti, quanto meno evita l’applicazione dell’ultimo pesante blocco annunciato a ottobre. Restano però in vigore le restrizioni imposte dalla Repubblica popolare ad aprile che riguardano sette dei 17 elementi chimici della tavola periodica comunemente noti come “terre rare”. In primavera Pechino aveva messo in piedi un nuovo sistema di licenze per l’esportazione che le misure congelate puntavano a rafforzare, espandendo l’elenco degli elementi soggetti alle restrizioni e allargando il blocco ai prodotti finiti.

Lo scampato pericolo di una stretta più severa non ha fatto che rimarcare la necessità per l’industria europea e italiana di affrancarsi dall’eccessiva dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento di materie critiche. Sono 34 quelle riconosciute dall’Unione europea di chi 17 strategiche.

Secondo uno studio di The European House-Ambrosetti, rappresentano oggi «un elemento chiave» della competitività italiana. Contribuiscono infatti a circa 690 miliardi di produzione industriale del Paese. Una dato in crescita. Rispetto al periodo pre-Covid la quota di produzione legata alle materie prime critiche è cresciuta del 51% diventando essenziali per settore come l’automobile, la difesa, l’aerospazio.