Al G20, dove i potenti del mondo si incontrano per fingere di risolvere i problemi che loro stessi hanno creato, il premier cinese Li Qiang corteggia il cancelliere tedesco Friedrich Merz con la grazia di un venditore di tappeti al bazar.
"Più collaborazione nelle industrie strategiche", dice Li, snocciolando la sua idea di futuro: nuova energia, manifattura intelligente, biomedicina, guida autonoma.
Questo è lo scenario: da una parte la seconda economia mondiale, un colosso che produce tutto; dall'altra la terza, la Germania, terra di efficienza teutonica, ma con l'economia che scricchiola sotto il peso delle sanzioni russe e delle tariffe americane. E in mezzo, l'ombra lunga di Donald Trump, che con i suoi dazi sta strizzando entrambi.
Li Qiang auspica una "politica razionale e pragmatica" da parte di Berlino, eliminando "interferenze e pressioni". Traduzione: smettetela di lamentarvi per i diritti umani, i sussidi statali cinesi e il sostegno a Putin, e concentratevi sul business. Perché, in fondo, chi se ne frega dei campi di rieducazione uiguri quando ci sono da vendere auto elettriche?
Le cifre parlano chiaro: la Cina ha comprato 95 miliardi di dollari di merci tedesche l'anno scorso, un dodicesimo delle quali auto – quel gioiello dell'ingegneria germanica che rischia di finire in garage per colpa dei concorrenti cinesi, più economici e, chissà, più "intelligenti". In cambio, la Germania ha importato 107 miliardi di roba cinese, soprattutto chip e componenti elettronici, quei mattoncini Lego dell'era digitale senza i quali l'industria europea si ferma.






