Nell’oceano di dichiarazioni contraddittorie, sconclusionate o deliranti da parte del presidente americano Donald Trump sulla guerra all’Iran, e soprattutto di minacce più o meno brutali, più o meno esplicite, ce n’è solo una che si è riempita di dolorose – per gli iraniani che vivono nel Paese – dosi di realtà concreta: il collasso (indotto), o forse dovremmo dire la detonazione dell’economia iraniana. Trump aveva persino annunciato di volerla distruggere, di voler prendere di mira siti industriali, aziende, fabbriche, ponti, infrastrutture civili di vario tipo: ignaro o incurante dell’art. 52 del protocollo aggiuntivo del 1977 della Convenzione di Ginevra, che vieta ad esempio di colpire impianti di produzione, ha mantenuto la parola, ed in modo quasi inedito una certa coerenza.

Non basterebbe forse un’immagine per descrivere la realtà quotidiana con cui fa i conti l’Iran, ma ne esistono molte eloquenti: a marzo scorso, ad esempio, la Banca centrale iraniana ha messo in circolazione la banconota di taglio più alto di tutti i tempi, dieci milioni di rial, dal valore di poco più di 5 euro. In giorni in cui ci si chiede se credere o meno agli annunci americani circa un possibile nuovo “accordo negoziato” tra l’Iran e gli Stati Uniti – che secondo i rumors sui suoi dettagli sancirebbe una volta di più il sostanziale fallimento strategico americano, nonché lo speculare successo iraniano, con l’ottenimento in ogni caso di un nuovo strumento di deterrenza e di leva negoziale nello Stretto di Hormuz -, gli iraniani attraversano il momento di gran lunga più difficile degli ultimi cinquant’anni.