La ripresa del confronto militare tra Stati Uniti e Iran riapre una crisi che non si è mai chiusa e che si accentua per effetto dei problemi strutturali: il nodo dei salari

L'economia globale, e quella europea in particolare, hanno dimostrato di reggere meglio del previso alla sequenza di choc che ormai da sei anni si susseguono senza soluzione di continuità: prima la pandemia Covid, poi la guerra in Ucraina e, alla fine, anche il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz a fare da ulteriore detonatore, vista la pressione sui prezzi dell'energia e sulle catene di approvigionamento delle merci.

Ma cosa vuol dire, concretamente, quella che gli economisti definiscono 'resilienza'? E', in estrema sintesi, la combinazione di dati economici (pil, inflazione, produzione industriale...) che tutto sommato hanno retto l'urto. Poteva andare molto peggio, nel senso che l'avvicendarsi di preoccupati scenari di previsione ha descritto un'evoluzione peggiore di quello che poi, in realtà, si è verificato.

Quindi, solo stime esagerate e allarmismo inutile? No, perché dietro i fondamentali dell'economia ci sono le condizioni reali delle persone, il loro potere d'acquisto, i margini che lascia l'incrocio tra l'andamento dei prezzi, e quindi il costo della vita, e l'andamento dei salari, le capacità di investimento e di risparmio. E, da questo punto di vista, il prezzo delle crisi si sta scaricando soprattutto sugli europei che ne stanno pagando il costo più alto, anche a causa di fattori strutturali che si trascinano da tempo.