Come al bazar delle buone notizie, dove il prezzo lo decide chi vende, ma il conto lo paga sempre e solo il resto del mondo, il presidente americano ha annunciato due cose: il suo massive attack, attacco massiccio («sarebbe stato il più grande dalla Seconda guerra mondiale»), l’ha sospeso perché i negoziati con l’Iran sono in corso e poi anche perché gli alleati (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar) sono intervenuti per chiedergli la fine dei raid. «Il motivo per cui lo hanno chiesto», ha aggiunto, «è perché credono che si possa raggiungere un accordo su Hormuz». Anzi, riferisce il quotidiano arabo Al Mayadeen, gli Usa si sarebbero pure detti a un compromesso sul controllo iraniano della rotta sud dello Stretto, mentre l’Iran continua a respingere la proposta rifiutandosi di aprire completamente lo Stretto fino a quando il conflitto non sarà terminato.

Un Titanic chiamato Trump. Midterm ad altissimo rischio

Ogni alba sul Golfo si affaccia con un nuovo annuncio («trattative al via oggi stesso»), una nuova smentita, un’ulteriore contraddizione. Sembrano averlo capito bene ormai a Teheran, dove annunci di questo genere sembrano ormai suscitare un’indifferenza quasi ostentata, diventata di rito. La replica delle autorità iraniane è arrivata sotto forma di una secca smentita: di negoziati in corso, hanno detto piccate, non c’è traccia. Così qualche ora dopo il presidente Usa ha tacciato la leadership sciita di essere «incredibilmente ipocrita»: implorano per avere un incontro in privato ma «dichiarano, apertamente e con orgoglio, di non stare conducendo alcuna trattativa. Siamo alle solite chiacchiere». Non solo: poi la tirata del presidente si è allargata a «questa è la loro ultima chance» per firmare un accordo e «prima della decapitazione» mentre, secondo lui, «Hormuz riaprirà domani».