Don Luca Peyron, docente di Teologia presso l’Università Cattolica di Milano, legge l’enciclica come un invito a custodire la differenza umana in un tempo che rischia di ridurla a funzione. “Il rischio è pensare che l’uomo sia una macchina”. Tra tecnologia, potere e senso, la domanda centrale resta una: chi siamo, nell’epoca degli algoritmi? Perché la vera sfida non è cosa può fare l’AI, ma che idea di uomo vogliamo difendere

C’è un passaggio, nell’enciclica Magnifica Humanitas presentata questa mattina da Papa Leone XIV che suona come un avvertimento e insieme come una chiamata: non basta capire le macchine, bisogna tornare a capire l’uomo. Perché mentre l’intelligenza artificiale accelera, il rischio, silenzioso ma crescente, è quello di smarrire noi stessi, confondendo i mezzi con i fini, la potenza con il senso.

È qui che si colloca la lettura di don Luca Peyron, sacerdote diocesano dell’Arcidiocesi di Torino dal 2007 e docente di Teologia presso l’Università Cattolica di Milano, che da anni incrocia fede e innovazione e che dell’enciclica coglie soprattutto la tensione antropologica. “Il rischio, avverte in questa conversazione con Formiche.net, è quello di scambiare una macchina fatta da un umano con il fatto che l’umano sia una macchina”. Una frase che racchiude il cuore della questione: non la paura della tecnologia, ma la perdita della differenza umana.