Magnifica humanitas non è un’enciclica sull’intelligenza artificiale. È un’enciclica che ha al centro l’uomo, chiamato a “interpretare le grandi tendenze del nostro tempo, in particolare i progressi della tecnica”. La situazione è nuova, “grave” dirà il Papa nel suo intervento di presentazione, perché “mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa”. Una situazione in cui “la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo”. Il testo – assai ampio: cinque capitoli, introduzione e conclusioni, 245 paragrafi – non offre ricette pronte all’uso, perché “le nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppure intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere”. L’obiettivo non è quello di soffermarsi su una trattazione concettuale di cosa sia l’intelligenza artificiale, anche perché non tutti i contorni sono a noi noti. Quel che rileva è che ci troviamo “di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”. Questo dilemma torna più avanti, nel terzo capitolo intitolato “Tecnica e dominio”. “Siamo chiamati a interrogarci sul grande cantiere della nostra epoca: cosa stiamo costruendo? Mentre lo sviluppo tecnologico cambia rapidamente linguaggi, reazioni, istituzioni e forme di potere, noi credenti dobbiamo e possiamo scegliere a quale progetto lavorare e con quale stile”. Non si tratta, scrive il Pontefice, “di una scelta sul nostro futuro, ma sul nostro presente, perché l’intelligenza artificiale e le altre tecnologie emergenti sono già parte del nostro quotidiano”. Il pericolo, più volte citato, è l’affermazione di un “paradigma tecnocratico”: ecco perché è auspicabile “un nuovo quadro spirituale, etico e politico”. Cita, Leone XIV, Romano Guardini, quando scrisse che “l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza”. Il tema di fondo risponde a un interrogativo: che cosa significa custodire l’umano? (Matzuzzi segue a pagina quattro)Sottolinea il Papa che il pericolo maggiore non è l’uso errato di alcune tecnologie, bensì il fatto che “il paradigma tecnocratico in cui siamo immersi, potenziato dalla rivoluzione digitale e dall’AI, faccia sembrare giusta e normale una visione antiumana, secondo cui la pienezza della vita consisterebbe nell’avere di più, nel ridurre la fragilità, eliminare l’imprevisto, controllare ogni cosa. Quando l’efficienza diventa misura del valore, l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione e alla comunione”.Perché l’intelligenza artificiale possa essere d’aiuto all’uomo, è necessario un approccio “sobrio e vigile” e rendersi conto, prima di tutto, che “le intelligenze artificiali non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale”. Verrebbe dunque naturale pensare che questi nuovi strumenti siano giudicati negativamente da questo documento. In realtà, si legge, “la tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona. Al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto ‘fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo”. E’ una citazione di Caritas in veritate, enciclica di Benedetto XVI. L’intelligenza artificiale non è “moralmente neutra”: come tutti gli artefatti tecnici porta con sé “scelte e priorità” e quindi “il discernimento etico non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano”.Torna uno dei verbi più usati in questo primo anno di pontificato, “disarmare”: “Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. E’ la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano”. Affidarsi in toto alla tecnica comporta il rischio di dare corda al transumanesimo e al postumanesimo, “costituiscono lo sfondo ideologico che abita alcuni centri di potere tecnologico e colonizzano l’immaginario collettivo in forma semplificata, specie nei media e nelle reti sociali, inducendo l’entusiasmo per le nuove tecnologie con una visione futuristica di ‘uomo potenziato’ oppure di ‘uomo ibridato’ con la macchina”.Magnifica humanitas è un testo ampio, forse troppo dispersivo: dopo i primi due capitoli dedicati a un pur utile “ripasso” della dottrina sociale della Chiesa, entra nel cuore della questione. Elencando e trattando le maggiori sfide della nostra contemporaneità, dalla pervasività delle piattaforme social alle dipendenze, dalle forme di controllo sociale alla politica degli algoritmi che sfocia nella disinformazione, dalla guerra agli armamenti, dall’ecologia integrale a quella relativa alla custodia del creato. Il magistero della Chiesa è richiamato ovunque, in ogni pagina: ampie e numerose le citazioni dei Pontefici da Leone XIII in poi.Un concetto, però, risulta dominante: “L’umanesimo cristiano non rifiuta la scienza e la tecnica, ma le assume con gratitudine e realismo, e le colloca ‘con i piedi per terra’ dentro una vocazione più alta”. Alla presentazione dell’enciclica è intervenuto, fra gli altri, Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, il quale (da ateo) ha concluso l’intervento con una richiesta: “Abbiamo bisogno che una parte sempre maggiore del mondo – comunità religiose, società civile, studiosi, governi – faccia ciò che Sua Santità ha fatto qui: prendere seriamente tutto questo, osservare attentamente e contribuire a orientare gli eventi in una direzione migliore. Abbiamo bisogno di critici informati che segnalino ai laboratori quando stanno fallendo. Abbiamo bisogno di voci morali che gli incentivi non possano piegare. Oggi è solo l’inizio – l’avvio di una lunga collaborazione tra noi che stanno costruendo questa tecnologia e coloro che riescono a vedere ciò che noi, dall’interno, non possiamo vedere. Oggi è una potente dimostrazione della forma che questo progetto globale di buona volontà potrebbe assumere. Che sia anche un primo passo decisivo verso un futuro di speranza per una magnifica umanità”. Assist prontamente recepito da Leone XIV, che nel tirare le somme al tavolo dei relatori ha detto che “la Chiesa desidera, con umiltà e franchezza, essere parte delle conversazioni sull’intelligenza artificiale. Non possediamo risposte tecniche, né cerchiamo di sostituirci agli esperti. Ma portiamo una sapienza sull’umano di cui il nostro tempo ha disperatamente bisogno: ogni persona è unica e insostituibile, soggetto libero e intelligente dotato di coscienza, capace di cercare Dio, servire gli altri, prendersi cura della nostra casa comune”.