Con “Magnifica Humanitas” il pontefice critica il potere dei giganti della tecnologia, il transumanesimo e l’idea che l’uomo possa essere ridotto a dati, efficienza e prestazioni

La nuova torre di Babele è l’AI e la prima enciclica di Papa Leone parla proprio di questo: il 25 maggio il pontefice ha presentato la sua nuova “Magnifica Humanitas”. Il documento parte dall’intelligenza artificiale per affrontare una questione molto più ampia: cosa significa restare umani nell’epoca degli algoritmi.Il documento è stato presentato in Vaticano da figure centrali della Chiesa come Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e Michael Czerny S.J., prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Poi la professoressa Anna Rowlands, teologa e docente presso la Durham University nel Regno Unito; Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic (USA) e responsabile della ricerca sull'interpretabilità dell'Intelligenza artificiale; la professoressa Leocadie Lushombo i.t., docente di teologia politica e pensiero sociale cattolico presso la Jesuit School of Theology / Santa Clara University, in California. L’enciclica non assomiglia alla classica presa di posizione ecclesiale sulla tecnologia. Non c’è un rifiuto nostalgico del progresso, né un entusiasmo ingenuo per l’innovazione. L’impressione, semmai, è quella di un tentativo molto più ambizioso: costruire una nuova dottrina sociale dell’algoritmo, così come la Rerum Novarum di Papa Leone XIII aveva provato a interpretare la rivoluzione industriale del XIX secolo.Il parallelismo è esplicito fin dalle prime pagine dell’enciclica: se nel 1891 la Chiesa si confrontava con fabbriche, sfruttamento operaio e capitalismo industriale, oggi si trova davanti a una trasformazione che tocca linguaggio, conoscenza, lavoro, relazioni sociali e persino la percezione della realtà. “Mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa”, scrive il Papa.L’intelligenza artificiale come questione antropologicaIl punto centrale del testo, però, non è tanto tecnologico quanto antropologico. L’AI viene descritta come il sintomo di un cambiamento culturale più profondo: una società che tende progressivamente a tradurre l’essere umano in dati, prestazioni ed efficienza. Per questo il Vaticano insiste continuamente su un concetto quasi estraneo al lessico tecnologico contemporaneo: il limite.Nei passaggi più forti dell’enciclica, il Papa contesta apertamente la cultura transumanista e l’idea che il progresso coincida con il superamento di ogni fragilità. La sofferenza, la vulnerabilità, la dipendenza dagli altri non vengono considerate difetti da correggere, ma esperienze costitutive dell’umano. “L’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”, si legge nei paragrafi più teologici del documento.È una frase che sembra rispondere direttamente all’immaginario della Silicon Valley, dove da anni si parla di potenziamento umano, ottimizzazione permanente e persino immortalità digitale. In questo senso, “Magnifica Humanitas” non è soltanto una riflessione religiosa ma una critica culturale all’ideologia contemporanea della performance.La vera realizzazione dell’essere umano, sostiene l’enciclica, non nasce dalla rimozione della fragilità, ma dalla capacità di trasformarla in relazione, cura, solidarietà e responsabilità condivisa. Il testo arriva a formulare una frase destinata probabilmente a diventare una delle più citate dell’intero documento: eliminare completamente il dolore significherebbe spegnere anche l’amore.La critica al potere delle Big TechIl testo va oltre la critica filosofica e si addentra direttamente nel terreno politico. “Magnifica Humanitas” parla esplicitamente di concentrazione del potere tecnologico nelle mani di pochi attori privati transnazionali, denunciando il rischio che piattaforme e sistemi di AI si trasformino in nuove infrastrutture di dominio. “Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente privato”, scrive il Papa in uno dei punti più contemporanei dell’intero documento.L’enciclica sostiene infatti che la tecnologia non sia neutrale: gli algoritmi incorporano visioni del mondo, interessi economici e criteri politici spesso invisibili agli utenti. Non esistono, insomma, piattaforme puramente oggettive. Secondo il pontefice, il rischio più grande che corre l’uomo è proprio che questa infrastruttura di potere venga percepita come neutrale mentre orienta comportamenti, consumi, opinioni e relazioni sociali.Il testo sembra dialogare indirettamente con molte delle grandi discussioni contemporanee sull’AI: dall’opacità degli algoritmi fino al monopolio dei dati, passando per l’automazione del lavoro e per la governance privata delle piattaforme, fino alla manipolazione percettiva e alla concentrazione delle infrastrutture cognitive globali.In questo senso, la critica del Vaticano si avvicina sorprendentemente a quella formulata da numerosi studiosi e analisti della plattform economy: i dati vengono prodotti collettivamente dagli utenti, ma il loro sfruttamento economico e politico resta concentrato nelle mani di pochi soggetti privati.La nuova Torre di BabeleÈ qui che compare una delle immagini centrali dell’enciclica: la nuova Torre di Babele. Nel racconto biblico richiamato dal Papa, Babele rappresenta una società costruita sull’illusione dell’autosufficienza, sull’omologazione e sulla volontà di raggiungere il cielo senza Dio. Oggi quella tentazione assumerebbe la forma di piattaforme capaci di tradurre tutto in dati e prestazioni, sacrificando differenze, relazioni e dignità umana all’efficienza.“Evitiamo la sindrome di Babele”, scrive il Pontefice, denunciando “la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni”.L’alternativa proposta dal Vaticano è l’immagine opposta: non la torre che sale verso il cielo, ma la ricostruzione collettiva di Gerusalemme descritta nel libro di Neemia. Non una società fondata sull’accumulo di potere tecnologico, ma una comunità costruita attraverso responsabilità condivisa, cooperazione e bene comune.Il dialogo con il mondo dell’AINon è un caso che durante la presentazione dell’enciclica sia intervenuto anche Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, una delle aziende più importanti nel settore dell’AI generativa. Il suo intervento è stato quasi sorprendente per franchezza. Olah ha ammesso che anche i laboratori di intelligenza artificiale più attenti all’etica restano immersi in incentivi economici, geopolitici e competitivi che possono entrare in conflitto con il “fare la cosa giusta”. La corsa globale all’AI, ha spiegato, rende necessario l’intervento di attori esterni capaci di esercitare una pressione critica sull’industria tecnologica.È probabilmente qui che si comprende l’obiettivo più ambizioso dell’operazione culturale del Vaticano. La Chiesa non vuole limitarsi a commentare la rivoluzione tecnologica in corso ma si propone di diventare diventare uno degli interlocutori globali del dibattito sull’AI, provando a offrire un linguaggio alternativo a quello delle Big Tech. L’intelligenza artificiale si configura quindi come una nuova era, in cui alla parte tecnologica c’è quella fondamentale: quella della vita dell’uomo. Una vita segnata da lavoro, guerre, povertà, educazione, democrazia, relazioni e diritti umani.Il messaggio politico di Papa Leone XIV è chiaro: il rischio maggiore dell’intelligenza artificiale non sta nell’umanizzazione delle macchine, ma nel pericolo sempre più concreto che sia l’uomo a considerarsi a sua volta una macchina.Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp