Il 15 maggio 2026 – anniversario dei 135 anni dalla Rerum novarum di Leone XIII – Papa Leone XIV ha firmato la lettera enciclica Magnifica Humanitas, sottotitolata “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. È il documento magisteriale più impegnativo sul tema tecnologico che la Chiesa cattolica abbia mai prodotto: cinque capitoli, una conclusione e un’introduzione strutturata attorno a due icone bibliche – la torre di Babele e le mura di Gerusalemme ricostruite da Neemia – che il Papa usa come chiave interpretativa per leggere la rivoluzione digitale in corso.La tecnologia, scrive il Papa Leone XIV, non è neutrale “perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”. E aggiunge che la prima scelta non è tra un sì o un no alla tecnologia, “ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna”.Indice degli argomenti

Il paradigma tecnocratico e il potere privato sull’IALavoro, verità e “disarmare le parole”Il paradigma tecnocratico e il potere privato sull’IAIl capitolo terzo – intitolato “Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA” – è il cuore dell’analisi, quello di maggiore interesse per chiunque operi nel settore industriale e tecnologico. Il Papa riprende esplicitamente l’allarme già lanciato da Francesco nella Laudato si’ sul problema della concentrazione del potere tecnologico, aggiornandolo all’era dell’AI: “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”.Il risultato, secondo Leone XIV, è che il potere tecnologico “assume un volto inedito, prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Il documento non cita aziende specifiche, ma la diagnosi è trasparente per chiunque segua le dinamiche competitive tra i grandi player dell’AI globale.La risposta del Papa non è la rinuncia alla tecnologia. Anzi, l’enciclica riconosce esplicitamente che “le scoperte scientifiche sono un talento consegnato all’umanità perché essa lo faccia fruttare” e che la tecnologia “può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune”. Il problema è il “paradigma tecnocratico”: la tendenza a ridurre ogni cosa – inclusa la persona umana – a dato, prestazione, efficienza misurabile. “L’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni”: questa è la “sindrome di Babele” che Leone XIV chiede di evitare.Da qui discende uno dei passaggi più densi del documento: l’invito a “disarmare l’IA“. Un’espressione che il Papa usa in senso largo, non limitato alla sfera militare. Disarmare l’intelligenza artificiale significa sottrarla alla logica della competizione armata che oggi non è più solo bellica, ma economica e cognitiva – la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare, in questa accezione, vuol dire rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare: l’idea, mai esplicitata ma operante nei fatti, che chi controlla l’infrastruttura digitale abbia anche il titolo per determinare le regole del gioco per tutti gli altri.Lavoro, verità e “disarmare le parole”Il capitolo quarto affronta le conseguenze concrete della transizione digitale su tre terreni: la verità come bene comune, la dignità del lavoro e la libertà individuale contro le nuove forme di dipendenza e controllo.Sul lavoro, Leone XIV non si limita a ribadire principi generali: riconosce che “l’intreccio tra automazione, robotica e IA sta trasformando rapidamente la struttura stessa del lavoro”, con effetti che non riguardano solo le mansioni ripetitive o manuale ma investono oggi anche professioni cognitive e qualificate.L’enciclica non assume però mai una postura neo-luddista: il problema non è la macchina in sé, ma il quadro istituzionale ed economico entro cui la sostituzione avviene. La disoccupazione tecnologica più che un destino inevitabile è frutto di una scelta: “Un’economia che valorizzi la dignità” è possibile, e la società – non solo il mercato – ha la responsabilità di costruirla. Il documento chiede esplicitamente che i guadagni di produttività generati dall’automazione vengano redistribuiti e non concentrati, e che la transizione sia accompagnata da politiche attive del lavoro capaci di riqualificare chi viene escluso dai processi produttivi trasformati dall’AI.Sul tema della comunicazione digitale, il documento introduce il concetto di “ecologia della comunicazione” e dedica un’intera sezione alla “centralità della scuola” come presidio educativo nell’era dell’AI. La formazione non è accessorio, nella visione di Leone XIV: è la condizione perché la transizione digitale produca emancipazione anziché nuove disuguaglianze.Il capitolo quinto è il più esplicitamente politico. Sotto il titolo “La cultura della potenza e la civiltà dell’amore”, il Papa affronta il tema delle armi autonome e dell’intelligenza artificiale applicata ai sistemi militari, chiedendo di “disarmare le parole” prima ancora che le macchine. Il richiamo al multilateralismo come strumento necessario di governance tecnologica globale si inserisce in un quadro in cui Leone XIV vede nella crisi delle istituzioni internazionali uno dei rischi più gravi del momento presente.Il documento si chiude con un’immagine che è anche un programma: la Gerusalemme dell’Apocalisse che “scende dal cielo, da Dio”, non come fuga dal mondo reale, ma come vocazione a “lavorare insieme, coltivando una vita comune pacifica, giusta e dignitosa nelle ‘città’ di oggi”. Per Leone XIV quella “città” è anche – e sempre di più – digitale.