Per Stefano Zamagni, presidente emerito della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, la prima enciclica di Leone XIV segna una svolta perché, per la prima volta, prova ad anticipare le conseguenze delle nuove tecnologie prima che diventino irreversibili. Un testo che richiama il mondo al bivio fra la Torre di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme: da una parte il delirio di onnipotenza, dall’altra la responsabilità collettiva

Un pontefice che parla al futuro. C’è un momento, nell’enciclica di Leone XIV pubblicata oggi, in cui il Papa mette il mondo davanti a un bivio antico eppure drammaticamente contemporaneo: scegliere fra la Torre di Babele e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme. Da una parte la tentazione dell’onnipotenza tecnologica, dall’altra la pazienza della comunità, della politica, del limite umano. È dentro questa immagine potente che il vicario di Cristo prova a entrare nel cuore della grande questione del nostro tempo: l’intelligenza artificiale, la guerra ibrida, il rischio che il potere tecnologico finisca per svuotare la democrazia. Per Stefano Zamagni, economista, docente dell’Università di Bologna nonché presidente emerito della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, il testo segna una cesura storica: per la prima volta un’enciclica non fotografa fenomeni già compiuti, ma tenta di anticipare le conseguenze delle nuove tecnologie prima che diventino irreversibili.